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domenica 15 luglio 2018

Recensione #26: Il narratore di sogni di Livio Leoni

Il narratore di sogni è un romanzo di Livio Leoni.


Trama
Italia. Chi è quell'ostinata ragazza e perché è così attratta da quel misterioso indiano e dalla sua bizzarra danza? Sono le domande che attraversano la mente di Lee, ormai innamorato di lei. Giappone. Come posso aiutare Chieko e salvarla dalla pericolosa morsa di sogni che sembra stringersi sempre più stretta intorno a lei? Si chiede preoccupato Kato, il suo ragazzo. Pronti a tutto per ricongiungersi alle persone amate, i due giovani dovranno partire per un viaggio durante il quale le loro storie si intrecceranno a quella di una pericolosa organizzazione senza scrupoli che è alla ricerca del misterioso indiano da cui sembrano dipendere le sorti di tutti: il narratore di sogni. Un’originale storia d’amore che intreccia generi diversi, quali l’avventura, l’azione ed il thriller, a riferimenti alla cultura pop anni ’80 e ’90. Allo stesso modo i personaggi, che trovano la forza di combattere per ciò a cui più tengono nell'emozione che scalda i loro cuori, scopriranno come le loro vite siano indissolubilmente collegate le une alle altre come le tessere di un incredibile puzzle.

Recensione
Livio Leoni ha fatto una scelta coraggiosa: se, di solito, gli autori decidono di dedicarsi ad un genere specifico, lui ha preferito rischiare scrivendo una storia che intreccia più generi. E la sua temerarietà lo ha ben ripagato, in quanto ha messo su un romanzo davvero ben fatto. La storia è narrata con uno stile ben definito: cominciamo a leggere quello che sembra un romanzo d’amore per poi addentrarci gradualmente in un thriller, passando per un libro d’azione, d’avventura e a tratti anche fantastico-onirico, per poi tornare al genere romance con il quale avevamo cominciato.

La storia, infatti, ruota attorno a quattro personaggi: Chieko e Kato, due ragazzi innamorati che vivono in Giappone, e Lee e Cloe, una coppia che vive in Italia. Chieko è una ragazza dolce e gentile con un dono molto particolare: riesce a prevedere il futuro attraverso i suoi sogni. Cloe, invece, è rimasta affascinata dalla performance di un uomo che si esibisce tutti i pomeriggi e che lei, puntualmente, va a vedere. È proprio durante una di queste esibizioni che incontra Lee, del quale si innamora. Improvvisamente, succede qualcosa che farà incrociare le vite e i destini dei quattro giovani: l’uomo che si esibisce tutti i pomeriggi, Rajesh, viene chiamato “narratore di sogni” e viene rapito, insieme a Cloe, da degli strani tipi in abito nero. Dall'altra parte del mondo, anche Chieko riceve la visita di questi strani tipi e Kato partirà per l’Italia per riuscire a salvare la ragazza che ama. Grazie a degli indizi dai sogni di Chieko, Kato incontrerà Lee e collaboreranno insieme per salvare le due donne. Il filo che collega le sorti di tutti i personaggi è proprio Rajesh, questo misterioso “narratore di sogni”, attorno al quale ruotano i destini dei quattro giovani innamorati. Se, inizialmente, pensiamo di leggere una semplice storia d’amore, dobbiamo subito ricrederci: ci ritroveremo nel bel mezzo di inseguimenti, sparatorie, fughe e misteri che terranno vivo il nostro interesse verso il racconto e stuzzicheranno la nostra curiosità sulla sorte dei ragazzi e sull'identità del narratore.

La storia è narrata in prima persona e al passato, ma non abbiamo un punto di vista univoco. La narrazione procede, infatti, per numerosi e brevi capitoli, ciascuno dei quali è focalizzato su un personaggio differente. Una scelta che colpisce in centro: la molteplicità dei punti di vista ci permette di conoscere i pensieri e le sensazioni di tutti i personaggi e anche di tenere il filo degli eventi quando i protagonisti si trovano in posti diversi. All'apertura di ogni capitolo viene indicato il personaggio di riferimento, così che il lettore si possa catapultare rapidamente nel punto in cui lo aveva lasciato in precedenza. Questa scelta stilistica ha solo una pecca: alcuni capitoli, soprattutto nella seconda parte del romanzo, vedono l’alternarsi dei punti di vista al loro stesso interno, senza però che vengano segnalati in alcun modo (leggiamo un capitolo che comincia dal punto di vista di Cloe per poi passare a quello di Rajesh, per esempio). Questo porta un iniziale spaesamento nel lettore, in quanto si deve aspettare un momento per comprendere su quale personaggio sia passata la focalizzazione. Sarebbe bastato staccare i due punti di vista in capitoli differenti per rendere stilisticamente perfetta anche la seconda parte del libro. Molto spesso, inoltre, prevalgono i dialoghi diretti tra i personaggi rispetto alle narrazioni o alle descrizioni: questo rende questa seconda parte del libro molto rapida e dona dinamicità alla lettura. Infine, il romanzo consta di oltre 300 pagine, ma non sono affatto pesanti o troppe, in quanto veniamo avvolti dalla curiosità e vi rimaniamo incollati.

La storia è molto originale e la trama intricata non fa affatto confondere chi legge. Le informazioni vengono centellinate nel corso delle pagine e non veniamo mai disorientati da un eccesso di dati. La narrazione, inoltre, svela gradualmente i misteri che nelle prime pagine vengono solamente accennati. Una volta iniziato, ci ritroviamo a voler portare avanti la lettura proprio per scoprire questi misteri sparsi per le pagine. Ma non ci aspetteremmo mai il colpo di scena finale (che non vi svelo, per ovvi motivi) che troviamo negli ultimi capitoli. Nonostante le numerose ipotesi e congetture che attraversano la nostra mente durante la lettura, il finale ci spiazza totalmente.

Ringrazio l’autore per avermi dato l’opportunità di leggere il suo romanzo. Vi consiglio di leggerlo per immergervi in una storia originale e moderna, che riuscirà a catturare qualsiasi lettore grazie alla varietà di generi al suo interno.

lunedì 9 luglio 2018

Recensione #25: Conception - La genesi della perfezione di Eugene Pitch

Conception – La genesi della perfezione è il secondo hyperbook di Eugene Pitch.


Trama
Due donne divise. Due donne diverse. Eugenie è una nota giornalista in cerca di uno scoop. Sarah gira per il mondo portando il suo messaggio di pace. Ma entrambe hanno segreti che non possono rivelare a nessuno.
Solo un uomo potrà far luce su quanto sta accadendo: Hans Van Der Meer. Ma per farlo dovrà portare a termine la sua indagine combattendo contro un unico, insormontabile nemico: il tempo.
L’ombra della morte si fa largo tra le pagine di questo nuovo hyperbook di Eugene Pitch, portandoci a viaggiare per Londra, Amsterdam e persino Abu Dhabi.
Ma tra misteri e colpi di scena si staglia una sola domanda: che cosa è la perfezione?
Conception è il prequel di Absorption – I Colori del Sangue e promette di intrappolarvi nella sua spirale irresistibile come solo un hyperbook sa fare: diretto e veloce come una pallottola.

Recensione
Conception – La genesi della perfezione è il secondo hyperbook che ho l’occasione di leggere. È importante soffermarsi subito proprio su questo nuovo genere, ideato dallo stesso Eugene Pitch. Un hyperbook è uno stile letterario che si basa sulla dinamicità e che vede diversi elementi che lo caratterizzano: descrizioni minimaliste, frasi brevi, capitoli brevi, romanzi non eccessivamente lunghi, personaggi a 360 gradi, generi diversi, coinvolgente fin dalle prime battute, tanti personaggi, capitoli senza fine, presenza di vari colpi di scena. Conception è un concentrato di questi elementi: ci vengono subito presentati i personaggi della vicenda senza alcuna introduzione; leggiamo capitoli davvero brevi e che ci tengono incollati alle pagine per la curiosità di scoprire cosa avverrà nel successivo; vi sono numerosi personaggi, alcuni dei quali si impongono subito come quelli principali delle vicende e altri che fungono solo da contorno.

Ci ritroviamo a viaggiare fra tre città: Londra, Amsterdam e Abu Dhabi. I protagonisti della vicenda sono tre: Eugenie, Sarah e Hans. Eugenie è alle prese con un libro dal forte impatto sociale; Sarah porta in giro per il mondo il suo messaggio di pace e riceve perfino la cittadinanza onoraria ad Abu Dhabi; Hans deve portare avanti delle indagini davvero delicate. Oltre ai tre protagonisti, conosciamo anche altri personaggi: il ricco imprenditore Malik al-Fazan; il dottor Michael Zimmer, amico di Sarah; l’amico di Eugenie, Edward Muffen; l’agente Thomas Brugel e molti altri. Se da una parte è interessante conoscere diversi “personaggi-satellite”, altri sembrano appesantire la vicenda già piuttosto intricata perché si presentano più come “personaggi-meteora”, vale a dire che compaiono giusto in un capitolo, attraverso qualche accenno o qualche frase e poi spariscono perché inutili al fine dell’avanzamento della vicenda. Tra questi ultimi, però, due meritano di avere una menzione speciale: il cameriere David e il fotografo Ray, i protagonisti di Absorption, che fanno una comparsa cameo in punti diversi della narrazione.

Conception è il prequel di Absorption, ma non importa in che ordine si leggano, in quanto ciascuno sviluppa una storia a sé e non ci viene rivelato nessun particolare che possa rovinarci la lettura dell’altro libro. Se è vero che i libri si possono leggere in qualsiasi ordine si preferisca, è altrettanto vero che Conception serve anche a definire meglio alcuni personaggi del primo libro, quindi viene maggiormente apprezzato da chi ha già avuto modo di conoscere la vicenda che ha dato vita alla serie. Nonostante ciò, si può decidere di approcciarsi prima a Conception, decidendo così di conoscere delle caratteristiche che servono da approfondimento per i personaggi di Absorption. In Conception, inoltre, viene esposta una vicenda che risulta meno coinvolgente rispetto a quella di Absorption: in quest’ultimo, infatti, è presente maggiore dinamicità e i segreti e le omissioni spingono a continuare la lettura per cercare di risolvere i misteri della vicenda; nel prequel, sebbene dinamicità e stile contribuiscano a tenere il lettore incollato alle pagine, è presente meno azione e molta più descrizione e vi sono più momenti di stasi che permettono di approfondire le caratteristiche dei personaggi.

Ringrazio l’autore per avermi dato la possibilità di leggere il suo romanzo. Ve ne consiglio la lettura per approcciarvi ad un nuovo genere che vi catturerà e vi terrà incollati alle pagine.

venerdì 29 giugno 2018

Recensione #24: Diphylleia - Il ricordo di Valentina Bonci

Diphylleia – Il ricordo è un libro di Valentina Bonci.


Trama
La rabbia aveva prevalso sull'amore, e, a testa bassa e cuore infranto, ad Aiyana non restava che andarsene. E se ne andò. Perché non c’è rabbia più vera e pericolosa di quella degli innamorati che si sentono traditi. Degli innamorati che si sentono innamorati pazzi e si ritrovano morti e a pezzi.

Recensione
“Un fiore bianco che a contatto con l’acqua diventa trasparente. Un fiore che, quando piove, si trasforma. Sotto la pioggia i petali di questo fiore sembrano trasformarsi in cristalli scintillanti. Per via di questa particolarità viene chiamato Skeleton Flower, cioè fiore scheletro, ma il suo nome scientifico è Diphylleia grayi.”
La storia raccontata in questo libro è una storia davvero particolare. Conosciamo subito Aiyana, la protagonista, ma in una situazione per nulla felice: la ragazza, infatti, subisce un’aggressione piuttosto violenta che le causerà un coma lungo tre mesi. Al suo risveglio, Aiyana non ricorda più nulla del suo passato: non ricorda chi è, com'era la sua vita, chi sono i suoi parenti. La ragazza troverà al suo fianco sua nonna Karla, subito disponibile ad aiutare la nipote a recuperare la memoria, e Ben, un infermiere che le è stata vicino per tutto il periodo che ha passato in coma. Aiyana vive in un vero e proprio incubo, non riuscendo a ricordare nulla. L’unica cosa che le affiora alla mente è un nome e il ricordo di un affetto profondo legato ad esso. Grazie anche all'aiuto della nonna, Aiyana si ricorderà di Selene, la ragazza a cui è legato il nome e l’amore che ricordava dentro di sé. E con il riaffiorare di questi ricordi, Aiyana scoprirà anche la verità sulla sua aggressione.
“Dal suo viso cereo scesero frantumi della sua anima. Quelle che comunemente vengono definite lacrime. Ma quelle, quelle non erano lacrime. Agli innamorati, quando si sentono strappare il cuore dalla persona tanto amata, scendono pezzi di anima in frantumi dagli occhi.”
Diphylleia – Il ricordo è una storia che parla d’amore. Aiyana, infatti, riesce letteralmente a salvarsi grazie all'amore che sente dentro di sé. Aiyana perde la memoria e comincia ricordare soltanto quando le torna in mente Selene e l’amore che prova per lei. Il messaggio è chiaro: l’amore salva, sempre. E poco importa che tipo di amore sia e verso chi viene provato. Da qui, si intuisce rapidamente il motivo dell’aggressione subìto da Aiyana all'inizio del romanzo. Questo è il secondo punto fondamentale di questo libro e il tema è tanto attuale quanto fondamentale. In una società che pretende di essere moderna e sviluppata come la nostra, non è ammissibile vedere ancora tanta intolleranza e discriminazione nei confronti di chi consideriamo “diverso” (da chi ha una differente nazionalità a chi ha un diverso orientamento sessuale). Fin quando continueremo a sottolineare le diversità piuttosto che imparare a conoscere le persone per come sono, non riusciremo mai a considerare l’intera umanità come un’unica grande famiglia che comprende bianchi e neri, biondi e mori, alti e bassi, eterosessuali ed omosessuali, europei ed africani. Dovremmo semplicemente comprendere che ciascuno di noi è particolare ed unico a modo proprio e che ciascuno è felice in modi differenti: quando riusciremo a capirlo, allora diventeremo finalmente una società moderna e libera, quale fingiamo di essere attualmente. Ci ritroviamo a vivere in un periodo in cui siamo abituati a vedere guerre, morti o volgarità e li consideriamo normali, ma ci scandalizziamo ancora nel vedere due ragazzi che si tengono per mano o due ragazze che vogliono adottare un figlio. Prima o poi capiremo quali sono le vere priorità nella vita e quali sono i giusti valori da seguire per poterci considerare una società evoluta: tra questi, sicuramente da citare l’amore e la famiglia, indipendentemente dalle caratteristiche dei singoli individui che ne sono coinvolti. Il romanzo ha un chiaro messaggio e un forte impegno sociale: basta con l’omofobia, basta con i pregiudizi e smettiamo di affibbiare “etichette” a chi consideriamo diverso.

La storia è narrata in terza persona e al passato, da un narratore esterno alla vicenda che spesso si palesa con frasi del tipo “come ho già detto” oppure rivolgendosi direttamente al lettore. Nel racconto, nulla è lasciato al caso, perfino i nomi delle protagoniste hanno un significato ben preciso oppure i fiori che vengono acquistati e dati in dono: questo denota l’attenzione, la passione e la cura che Valentina Bonci ha messo in ogni singola parola del suo libro. Ci sono alcuni elementi che possono far storcere il naso: è un romanzo breve e spesso non si dà abbastanza spazio ad alcuni fatti narrati che potrebbero essere approfonditi ulteriormente o dei quali si potrebbero fornire maggiori dettagli; sono presenti diversi refusi sparsi nel testo, piccoli errori ortografici o grammaticali facilmente perdonabili; la storia è chiara e ben sviluppata, ma si potrebbe sapere di più su Selene o sulla vita delle due donne prima dell’"incidente”. L’elemento meno positivo riguarda l’”antagonista” della vicenda, colui che porta Aiyana ad un passo dalla morte: non svelerò l’identità di questo personaggio, ma la sua redenzione finale è fin troppo semplice e riesce praticamente a cavarsela con una pacca sulla spalla e un abbraccio affettuoso. Il messaggio di positività e speranza per il futuro è trasparente, anche grazie alla scelta di questo finale, ma avrei gradito anche un po’ di giustizia per Aiyana tanto per l’odio e la paura che ha portato ad un folle gesto, quanto per l’atto in sé, fortemente esecrabile a prescindere dalle “irragionevoli ragioni” che spingono un individuo a togliere quasi la vita ad un altro suo simile.

Il romanzo è da considerare una vera e propria arma sociale contro l’omofobia e Valentina Bonci (Elia Bonci nei social) affronta in modo diretto e senza mezzi termini un argomento troppo spesso evitato e considerato ancora un tabù. Ne consiglio la lettura a chiunque voglia conoscere la storia di Aiyana e voglia finalmente cominciare a riflettere sull'importanza della libertà e della felicità altrui, aiutando anche Elia a portare avanti una battaglia che non riguarda solo la comunità LGBT ma l’umanità intera affinché si possa finalmente parlare di uguaglianza e parità.

lunedì 25 giugno 2018

Recensione #23: Non ti scordar di me di Laura San Brunone

Non ti scordar di me è il primo romanzo di Laura San Brunone.


Trama
La storia parla di una ragazza appagata dalla sua vita: ha un buon lavoro, un uomo che ama alla follia, sta realizzando tutti i suoi desideri. Il fidanzato finalmente le chiede di sposarlo e lei, presa da dubbi e prime insicurezze, accetta felice. Con lei ci sono due grandi amiche del liceo che le faranno da testimoni alle nozze e l'aiuteranno con i preparativi per il matrimonio. Ma qualcosa va storto.
Quando l'amore diventa qualcosa d'indispensabile e si trasforma in ossessione, è difficile essere lucidi e poter scindere la fantasia dalla realtà.
Racconto l'ossessione di amare a tal punto da immaginare situazioni inesistenti, autolesionismo, impulsi incontrollati della mente che portano a drammatiche situazioni.
L'amore viene descritto come un coltello affilato: il problema non è l'oggetto in sé, ma chi lo utilizza e per quali scopi.
Descrivo l'inaspettato che irrompe nelle certezze dell'innamorato, che divora lentamente l'anima di chi ama portandola verso l'oscurità.
Nel libro parlo anche di punti di riferimento importanti per la protagonista che l'aiuteranno a superare molti ostacoli della sua vita, come se fossero delle carte magiche da lanciare in caso di necessità.

Recensione
Il romanzo si presenta al lettore come se fosse un vero e proprio romance: Megan Wilson è soddisfatta del suo lavoro ed innamorata del suo fidanzato, l’affascinante Kevin Scott. Diverse pagine iniziali sono dedicate proprio ai sentimenti di Megan: si ha la sensazione, inizialmente, che ci si soffermi per troppo tempo, in realtà è tutto funzionale al resto della vicenda. Megan ci racconta come ha conosciuto Kevin e come si sono poi innamorati, ci parla del suo profondo sentimento nei confronti del fidanzato e di tutto ciò che sarebbe pronta a sacrificare o a cui rinuncerebbe per amore. “Io lo avrei seguito, credo. Non sarei riuscita a stare così tanto lontano da lui, anche a costo di bloccare la mia carriera. È molto difficile trovare la persona giusta e se si ha la fortuna di averla, si fa l’impossibile per tenersela stretta”, dice Megan. La ragazza raggiunge l’apice della felicità quando Kevin le chiede di sposarlo e si trasferiscono in una nuova casa insieme. Da quel momento, Megan e le sue due migliori amiche – Carole e Helen – si occuperanno dei preparativi per le nozze. In contemporanea, però, le cose cominciano a cambiare: Kevin sembra comportarsi in maniera diversa, Megan sospetta di un tradimento, litigano diverse volte e lei sembra assumersi delle colpe che in realtà non avrebbe. La situazione precipita quando Carole, l’amica di Megan e l’organizzatrice del suo matrimonio, sparisce. Attraverso Megan, proveremo a scoprire cosa sta succedendo e arriveremo a leggere un finale che non avremmo mai immaginato.

Laura San Brunone ha esordito con un romanzo davvero ben fatto. È un thriller psicologico che ci tiene incollati alle pagine, per sapere cosa succederà e come reagirà Megan. La storia è, infatti, narrata al presente ed in prima persona, dal punto di vista di Megan: seguiamo in ogni istante i suoi movimenti, i suoi pensieri, le sue sensazioni e le sue emozioni, quindi riusciamo ad empatizzare totalmente con lei. Troviamo molte descrizioni e narrazioni, mentre raramente vengono riportati dialoghi o discorsi diretti e ciò permette di immedesimarsi ancor di più con la protagonista. Ci ritroviamo in totale accordo con Megan: leggiamo degli avvenimenti dal suo punto di vista e cerchiamo di capire, insieme a lei, come si evolverà la situazione. Megan sembra una vittima inconsapevole e senza nessuna colpa, se non quella di amare follemente Kevin. I due stanno per coronare il proprio sogno d’amore e Megan non riesce a capire perché il suo fidanzato inizi a comportarsi diversamente proprio in quel momento: Megan è forse stata troppo ingenua, accecata dall'amore, per notare degli strani sguardi tra Kevin e un’altra donna, per rendersi conto che forse il suo fidanzato le sta nascondendo qualcosa. Non possiamo far altro che supportare Megan per cercare di arrivare alla soluzione del mistero. Lo stile dell’autrice, inoltre, contribuisce a tenere il lettore incollato alle pagine: la curiosità di scoprire la risposta a tutti gli interrogativi non basterebbe a far continuare la lettura se non entrasse in gioco anche la bravura dell’autrice nel saperci raccontare la storia. E, in effetti, arriviamo all’ultima pagina quasi senza neanche accorgercene e ci ritroviamo a fissare le parole a bocca aperta, spiazzati da un finale che difficilmente ci saremmo aspettati di leggere.

Ringrazio l’autrice per avermi dato l’opportunità di leggere il suo romanzo, lieta di non essere stata delusa dalle alte aspettative create dal genere stesso del thriller-psicologico: la storia e lo stile non deludono affatto. Ne consiglio la lettura a chiunque voglia cimentarsi con una storia ricca di mistero e fascino, capace di catturare l’interesse del lettore tenendolo incollato alle pagine.

sabato 16 giugno 2018

Recensione #22: L'incubo di Biancaneve di Scarlet Danae

L’incubo di Biancaneve. La città dei mercenari è il primo capitolo di una serie fantasy di Scarlet Danae.


Trama
Una ragazza sfortunata. Una misteriosa droga spacciata in delle mele. Un'overdose fatale e un viaggio in un mondo parallelo, infetto da un virus mortale e oppresso da sette streghe. Riuscirà Bianca a salvare il principe Darknight tenuto prigioniero nella città dei mercenari? Ma soprattutto, accetterà il suo destino come clone della rivoluzionaria Biancaneve?

Recensione
Libro che spopola sul web, del quale tutti sappiamo per certo una cosa: la Biancaneve protagonista non è sicuramente la dolce fanciulla che canta con gli animali e prepara la cena ai nanetti. Bianca – protagonista del romanzo – ci viene subito presentata come una ragazza con una vita per niente felice: orfana di entrambi i genitori, è costretta a vivere con la matrigna che la costringe a prostituirsi, perciò assume delle droghe per fuggire da questa triste realtà. Un giorno, a causa di una nuova droga spacciata attraverso le mele, si ritrova in un universo parallelo. Qui si ritroverà uno strano compagno di viaggio chiamato Cogito e dovrà affrontare alcune prove per portare a termine una missione affidatale da Biancaneve: trovare il misterioso Darknight. Bianca è una ragazza che non si lascia fermare da nessun ostacolo e trova sempre un modo per risolvere i problemi. Il suo personaggio è davvero ben delineato ed accattivante, se non fosse per alcune pecche: la volgarità nel linguaggio e i continui riferimenti sessuali ne diminuiscono la qualità. La storia potrebbe funzionare ugualmente anche senza le continue parolacce e i richiami al sesso, in quanto Bianca è un personaggio pungente e determinato e riesce a tener testa a chiunque semplicemente con la sua lingua affilata. Sono molto simpatiche le scene in cui Bianca si sofferma a puntualizzare futili dettagli in conversazioni di un certo peso, facendo arrabbiare, puntualmente, i suoi interlocutori. In egual modo, anche la scena finale strappa un sorriso al lettore, quasi si stesse assistendo ad una commedia degli equivoci in un universo fantastico.

La trama del romanzo ha del potenziale: una particolare droga spacciata nelle mele, l’esistenza di realtà parallele, un terribile virus chiamato Phrometeus da debellare, una regina malvagia da sconfiggere. Peccato che il tutto venga raccontato in poche pagine, qualcuna in più non avrebbe affatto guastato la lettura. In alcuni casi, infatti, si fatica ad immaginare il posto in cui Bianca si trova e questo è un problema in un romanzo fantasy, in cui le descrizioni servono al lettore proprio per figurarsi i luoghi concepiti dalla mente dello scrittore e che non esistono nella realtà. In alcuni casi, il romanzo ricorda anche le modalità di gioco di alcuni videogames: quando Bianca arriva alla città dei mercenari, ha necessità di procurarsi del denaro e il modo più semplice per farlo è quello di scegliere una missione da una bacheca e portarla a termine. Questo riprende, infatti, tutte quelle “missioni bonus” che si possono trovare nei videogames di avventura, quelle che servono anche a totalizzare punti extra. O ancora, Bianca può creare un checkpoint toccando la porta d’ingresso del luogo della sua missione (e qui credo che le spiegazioni del parallelismo con i videogames siano superflue).

Il romanzo è narrato in prima persona dal punto di vista di Bianca. Questa scelta narrativa permette al lettore di avvicinarsi direttamente alla protagonista e vivere le vicende rimanendo al suo fianco. A volte, Bianca-narratore si rivolge direttamente ai lettori, utilizzando espressioni del tipo «Penso che tutti voi avrete provato quella sensazione […]» o «Io non so dirvi se […]»: questi espedienti fanno sentire il lettore parte integrante della vicenda, sembra quasi che Bianca volti la testa dalla nostra parte e ci parli in maniera diretta. Un’ultima nota stonata sono i refusi sparsi per il testo, facilmente perdonabili in quanto si tratta chiaramente di pochi errori sfuggiti ad un’ultima revisione. Infine, un valore aggiunto è dato dai numerosi riferimenti che possiamo trovare tra le righe: da quelli artistici (con un richiamo a La libertà che guida il popolo di Delacroix) a quelli cinematografici (che spaziano con destrezza da Guerre stellari a Indiana Jones). Tutto sommato, la scrittura riesce a far appassionare alla storia e si avrà sicuramente voglia di leggere il seguito per scoprire come finirà la vicenda.

Ringrazio l’autrice per avermi dato la possibilità di leggere il suo libro e consiglio anche a voi la lettura de L'incubo di Biancaneve per scoprire una protagonista lontana dai soliti stereotipi delle fiabe.

lunedì 4 giugno 2018

Recensione #21: La follia o l'amore? di Nino Inzerillo

La follia o l’amore? è il romanzo di Nino Inzerillo che chiude la saga iniziata con Il terremoto inventato.


Trama
Il professore, protagonista della saga letteraria iniziata con Il Terremoto Inventato, si trova di fronte alla necessità di imporre una netta svolta alla propria vita, sia sentimentale sia professionale. Ci sono dei sogni da realizzare, quello di diventare uno scrittore affermato e l'altro, di riprendere una vita sociale e trovare la donna che sappia accoglierlo ed amarlo. Una scelta che, almeno apparentemente, si restringe a due sole scelte: l'amore o la follia. Ci sarà una soluzione che sappia conciliare le due direzioni, almeno apparentemente polari, dicotomiche? Non è forse vero che amore e follia hanno più cose in comune di quanto siamo soliti affermare?

Recensione
Il romanzo conclusivo della saga di Nino Inzerillo era assolutamente necessario per chiudere una gestalt – come piace dire all'autore stesso – altrimenti incompiuta. Punto forte di quest’ultimo romanzo: un finale per nulla scontato. Sembra quasi che le scelte compiute per il Professore-personaggio servano anche all'autore per trovare un riscatto per sé.

La prima parte del romanzo ha degli aspetti sia positivi che negativi. Vi sono molte pagine piene di piacevoli riflessioni sull'amore, sulla solitudine, sul tempo e altri argomenti. Inoltre, una delle prime considerazioni ha a che fare con la delusione di sentirsi un fallimento come scrittore. Da qui, si apre un intero capitolo dedicato ai romanzi già scritti e all'esperienza di scrittura: vengono esposte delle critiche dirette a chi aspetta di ricevere il libro gratuitamente per leggerlo o, ancora, si possono trovare i pensieri di delusione dell’autore stesso, certo di aver scritto dei romanzi di qualità che non ottengono il successo che meritano. Tutti questi elementi sono piacevoli da leggere e affrontare, sono ottimi spunti di riflessione e si toccano argomenti che spesso si danno per scontati. L’ultimo degli argomenti prima citati, però, rende il tono della narrazione troppo polemico, appesantendo la piacevolezza della lettura. Un altro elemento si può considerare tanto positivo quanto negativo: è il capitolo sui metaloghi (definiti come conversazioni su argomenti problematici, in cui le risposte rimandano sempre ad altri quesiti e concetti). Si tratta di un capitolo davvero interessante dal punto di vista sociologico e antropologico, comprensibile più facilmente da chi ha già maggiore dimestichezza con tali argomenti, magari proprio perché ha avuto modo di affrontare studi sociologici. Chi non ha alcun interesse o conoscenza in questo campo, potrebbe trovare piuttosto noioso questo argomento, tanto più perché non si tratta di un semplice accenno ma vi si dedica un intero capitolo. Così come aveva fatto Bateson, l’autore riporta dei veri e propri esempi di metaloghi, che però risultano ripetitivi (diverse interviste realizzate da alcune blogger, per esempio).

Lo stile si riconferma quello a cui eravamo già abituati: ricercato, curato e mai banale. La narrazione continua ad essere in prima persona e dal punto di vista del protagonista, così da mantenere quella vicinanza e quell'intimità tra lettore e personaggio già creata nei romanzi precedenti.

Ringrazio infinitamente l’autore per avermi permesso di leggere i suoi romanzi e aiutarlo, seppur in piccolo, ad aumentarne la visibilità. Consiglio in generale la lettura del primo capitolo della saga, Il terremoto inventato: riuscirà a coinvolgervi davvero in profondità e non potrete fare a meno di proseguire con gli altri capitoli per arrivare alla conclusione con quest’ultimo romanzo.

sabato 26 maggio 2018

Recensione #20: La padrona delle emozioni di Vittoria Marchi

La padrona delle emozioni è il fantasy d’esordio di Vittoria Marchi.


Trama
E' l'amore per gli altri, a dare letteralmente un potere enorme. Una forza che non si vede e che può trasformarsi in un'arma terribile. Flora è una ragazza gentile e spiritosa. All'apparenza una ragazza come tante. Orfana, vive con gli zii da quando è piccolissima, ma non è questo che la rende diversa, che la fa sentire fuori luogo, fuori tempo, sbagliata. Flora, infatti, ha un Dono: può sentire le emozioni di chi la circonda. È una Portatrice, come lo erano i suoi genitori, ma è costretta a vivere con gli Ignari, ovvero chi non ha nessun Dono. Fortunatamente può condividere il suo segreto con Leo, un ex Portatore, entrato nella sua vita sotto forma di gatto domestico, per starle vicino e aiutarla a gestire il suo Dono. E con Fluido, il suo migliore amico, un Portatore molto potente con cui si caccia spesso nei guai. La vita dei due ragazzi però cambia improvvisamente, a causa di un terribile incontro, in grado di stravolgere la vita di tutti i Portatori, per sempre.

Recensione
La protagonista di questa storia è Flora, una ragazza davvero particolare. Grazie a lei, entriamo a far parte di un mondo davvero bizzarro. Un giorno, Flora scopre di avere un Dono, quello dell’Empatia: riesce a sentire con chiarezza e profondità le emozioni altrui, tanto da non riuscire a restare in luoghi affollati, che la portano quasi allo svenimento. Per fortuna, non è sola: ha al suo fianco Leo, un ex Portatore che ha deciso di diventare il suo animale-guida per aiutarla con il suo Dono. Trova supporto anche in Fluido, un suo amico con un Dono davvero potente, e Raja, una portatrice enigmatica che custodisce diversi segreti. Flora, infatti, fa parte di coloro che vengono chiamati “Portatori”, persone speciali che hanno dei Doni particolari: il suo amico Fluido ha il dono di controllare l’Acqua, Muta sa trasformarsi in un qualunque animale, Brezza controlla l’elemento dell’aria e Fiamma ha la capacità di dominare il fuoco. I Portatori hanno numerosi Doni e molto variegati e gran parte di essi vive nel Rifugio all'interno del Bosco dei Superstiti, un luogo magico che accoglie la maggior parte dei Portatori, celandoli agli Ignari (gente comune che non ha, invece, un Dono). Flora, oltre ad essere una Portatrice e una Padrona delle emozioni, è prima di tutto un’adolescente: vive le prime cotte e i primi innamoramenti, i dissidi con gli zii (con i quali vive dopo la morte dei suoi genitori) e le continue fughe da casa – il tutto con una pesantezza maggiore, pensando a ciò che la ragazza è e deve affrontare a causa del suo Dono. Flora cambierà approccio verso il suo Dono solo quando riceverà l’aiuto di Raja, completamente inaspettato: riuscirà ad apprezzare un Dono fino ad allora odiato e riuscirà a sfruttarne tutte le potenzialità. Le cose si complicano quando un’antica minaccia, relegata alle storie e alle leggende degli Anziani, torna ad incombere sul Rifugio ed i suoi abitanti: Flora dovrà dimostrare una forza d’animo non indifferente e dovrà anche affrontare una vecchia conoscenza che si presenta ai suoi occhi sotto forma del nemico. L’evoluzione e la crescita a cui assistiamo, non soltanto di Flora ma anche dei suoi amici, ci stupiranno e ci lasceranno senza parole.
Molto particolare ed accattivante è Leo, l’animale-guida di Flora. Leo è un ex Portatore, era un umano da un passato che scopriremo sfogliando le varie pagine. Decide di diventare un animale-guida, in particolare un gatto, e di seguire ed aiutare Flora. Per molti versi, Leo sembra essere la voce della coscienza di Flora, come il Grillo parlante lo è di Pinocchio: spesso la ammonisce quando commette, più o meno consapevolmente, degli errori; la fa rinsavire quando prende delle decisioni troppo alla leggera o comincia a dare di matto; la fa tornare sulla retta via quando vede che si allontana troppo dai suoi zii o quando prova a darsi alla fuga seguendo solo i sentimenti.
Fluido è il tipico adolescente: consapevole di avere un Dono molto potente, spesso si sente superiore agli altri Portatori, soprattutto coloro che hanno Doni meno importanti, nonostante sia il primo ad avere amici tra i Portatori “minori”. Brezza riesce a controllare l’aria ed è spesso scontrosa e burbera con tutti, specialmente con Flora a causa della gelosia nei confronti della ragazza. Fiamma è, invece, un tipo irascibile e che spesso si mette nei guai con Fluido a causa di un’apparente rivalità tra i loro Doni. Zoe e Lume hanno, rispettivamente, il Dono di prendere la forma di oggetti lignei e quello di illuminarsi come una torcia, sono due dei Portatori con dei Doni considerati meno importanti, sono tanto coraggiosi da essere sempre in prima linea per aiutare gli amici, ma anche capaci di fare un passo indietro quando è necessario. I Portatori del romanzo sono davvero numerosi, basta affrontare la lettura per scoprirli tutti quanti.

La grande varietà dei Doni dei Portatori permette di aprire una piccola parentesi. Nel Rifugio, ci sono davvero molti Doni importantissimi: i tre ragazzi già citati riescono a dominare tre dei quattro elementi – fuoco, acqua, aria –, c’è chi riesce a curare i malati e i feriti, chi può manipolare la memoria e i ricordi, chi riesce a riportare i morti in vita, a vedere il futuro o comunicare con gli animali. Altri hanno Doni “minori”: sentire le emozioni altrui, mutare forma, controllare l’elettricità, trasformarsi in una sfera e molti altri. Questo, nonostante sia un mondo fantastico, rispecchia perfettamente la nostra realtà: ciascuno di noi, infatti, ha dei veri e propri Doni, come i Portatori del Rifugio. Non riusciamo a trasformarci, a diventare invisibili o lanciare palle di fuoco, ma abbiamo sicuramente delle capacità che ci rendono persone uniche dagli altri. È importante anche il processo graduale attraverso il quale Flora scopre il suo Dono, impara a conviverci, riesce a gestirlo ed impara, poi, a sfruttarlo al massimo. Questo è ciò che dobbiamo fare anche noi, seguire un processo lento e graduale per capire quali sono le nostre potenzialità e riuscire, poi, a sfruttarle a pieno, perché ciascuno di noi è importante e particolare a modo proprio.

Il romanzo è narrato al presente ed utilizzando la prima persona, dal punto di vista di Flora. La scelta narrativa è qui davvero perfetta, perché, così facendo, l’autrice riesce a farci comprendere le difficoltà di Flora e farci immedesimare in lei in maniera diretta. Flora è in grado di sentire sentimenti e sensazioni di tutti coloro che le stanno intorno e questo ci permette anche di sapere molte cose anche degli altri personaggi, senza che sia necessario cambiare il punto di vista della narrazione. Unica pecca sono i refusi disseminati qua e là nella narrazione, piccoli errori sfuggiti ad un’ultima revisione e diverse virgole che occupano posti sbagliati, che si possono, però, facilmente perdonare.

La padrona delle emozioni è un esordio con i fiocchi per Vittoria Marchi, che ha curato l’intera storia in ogni minimo dettaglio, senza lasciare vuoti o falle nella narrazione o nella linearità dello scorrere degli eventi. La ringrazio per avermi dato l’opportunità di leggere il suo libro e ne consiglio la lettura anche a chi non è appassionato al genere fantasy, perché scopriranno una storia tanto diversa dal mondo reale, ma in fondo anche così simile a ciò che abbiamo intorno.

domenica 20 maggio 2018

Recensione #19: Contes fantastiques di Guy de Maupassant

Poco tempo fa, ho terminato una breve lettura: si tratta di alcuni racconti di Maupassant, letti in lingua originale. La mia edizione contiene undici racconti, dei quali vi riporto il titolo in francese: Sur l’eau; Magnétisme; La peur; Apparition; Lui?; La main; La chevelure; A vendre; L’auberge; Le Horla; Qui sait?.


Vi riporto brevemente la trama di alcuni di essi:
Sur l’eau: racconta di un pescatore che decide di fare un giro in barca di sera, ma rimane bloccato nel fiume perché la sua ancora si incastra. È costretto a trascorrere la notte sulla barca e accadono eventi sinistri: sale la nebbia, non riesce più a vedere nulla, comincia a sentire strani rumori. Solo il giorno dopo altri pescatori lo troveranno e lo aiuteranno a liberare l’ancora, facendo anche una sconcertante scoperta.
L’auberge: si narra di due uomini che trascorrono l’inverno in un rifugio in montagna per prendersene cura al posto dei proprietari che si allontanano per un periodo. L’uomo più anziano è un esperto montanaro e passerà i mesi insieme ad un giovane e al cane della famiglia in partenza. Il tempo trascorre lento ma tranquillo, fin quando non cominciano ad accadere cose strane: l’uomo, esperto di montagna, non fa più ritorno da un’uscita di caccia, il giovane, anche se inesperto, prova invano a cercarlo, la montagna produce inquietanti rumori, si avvertono strane presenze e voci provenienti dalla neve. Cosa troverà la famiglia, quando tornerà alla fine dell’inverno?
Le Horla: il protagonista di questo racconto vive degli strani avvenimenti, rendendosi conto che durante le notti qualcuno beve la sua acqua e il suo latte. Pensa di essere un sonnambulo o che sia lui, comunque, a far ciò e, per trovare risposte, va quindi prima a Mont Saint-Michel a parlare con un monaco e poi a trascorrere un po’ di tempo dalla cugina. Qui, assiste ad una seduta di ipnosi e vede la cugina comportarsi in modo strano quando viene ipnotizzata dal suo medico. Pensa, dunque, che a lui possa essere accaduto qualcosa del genere e torna a casa con questa convinzione. Sarà davvero questa la spiegazione degli strani avvenimenti in casa sua? O qualcosa di più inquietante avviene sotto il suo tetto?
Apparition: narra di un soldato che incontra un amico d’infanzia e si raccontano il loro passato. L’amico dice che è stato sposato ma la moglie morì dopo solo un anno, così lui lasciò la sua vecchia casa. Chiede, quindi, al soldato di andare nella vecchia casa a prendere dei documenti per lui, ma quando il giovane vi entra, inizia a vivere delle particolari esperienze: sente dei sospiri, si sente sfiorare, sembra esserci qualcun altro oltre a lui. Di chi si tratta? È una persona reale o un’entità soprannaturale?
La main: si racconta di un giudice che narra un fatto per lui inspiegabile. Aveva conosciuto un inglese che stava sempre in solitudine e su cui giravano strane voci. Quando il giudice aveva visitato la sua abitazione, l’inglese gli aveva mostrato qualcosa di sconcertante: un’enorme mano umana incatenata ed esposta come un trofeo. A chi apparteneva? L’inglese non sembrava essere al sicuro, perché?

Recensione
Guy de Maupassant è famoso per romanzi di successo del calibro di Bel Ami o di racconti come La casa Tellier. Nel corso della sua vita, lo scrittore francese compose più di 300 racconti e novelle, spaziando tra i più disparati argomenti quali il suicidio, l’adulterio, l’omosessualità, l’ateismo. Il piccolo volume in questione riunisce undici racconti che si ricollegano al tema del sovrannaturale (non a caso, raccolti sotto il titolo di Contes fantastiques, “Racconti fantastici”).
In questi racconti specifici, lo stile di Maupassant è davvero particolare. Si avvicina molto allo stile di Poe e dei suoi racconti del terrore, ma differisce da esso per un elemento in particolare: Poe intende far sentire un brivido di terrore ai suoi lettori, mentre Maupassant si “accontenta” di creare in loro un sentimento di inquietudine.

I racconti sono davvero di poche pagine e di rapida lettura. Ciascuno di essi non racconta molti fatti o avvenimenti. Lo scrittore si sofferma molto di più a descrivere i luoghi e, soprattutto, i sentimenti e gli stati d’animo dei vari protagonisti: possiamo leggere, dunque, di strani eventi (mobili che si muovono ed escono da un’abitazione) e di luoghi così silenziosi da creare apprensione (il fiume di notte dove un pescatore è bloccato), di personaggi insoliti (un cacciatore che espone un arto umano tra i trofei) e di avvenimenti inspiegabili (bicchieri d’acqua che vengono ritrovati vuoti senza nessun apparente motivo). Anche in pochissime pagine, Maupassant riesce perfettamente nel suo intento di creare apprensione e tensione in chi legge: gli bastano poche righe e la sua grande capacità di scrittura e il gioco è fatto. Mette in atto giochi di ambiguità, mostra le ansie dei protagonisti che si riversano nel lettore, ambienta i fatti in luoghi silenziosi e misteriosi, ci mostra continuamente i trasalimenti e i sussulti dei personaggi, i loro presentimenti e i dubbi. L’ansia sale così a livelli stellari e si riesce a sentire chiaramente un’inquietudine interiore.

Questi racconti hanno, però, un enorme aspetto negativo. Dopo tutta questa suspense, ci si aspetta una vera e propria rivelazione: purtroppo, questo non accade quasi mai (se non in pochi racconti, tra quelli in oggetto). Gran parte delle volte si termina la lettura di un racconto e si pensa: “E dunque? Sono stato inquieto finora a quale scopo?”. Uno dei migliori racconti è sicuramente Sur l’eau (Sull’acqua) insieme a L’auberge (La locanda): con questi racconti (e qualche altro), il senso d’inquietudine che nasce durante la lettura rimane anche dopo aver terminato le poche pagine e si deve necessariamente riprendere fiato e tornare alla realtà. Per le altre storie, invece, questo non accade e la tensione portata avanti fin quasi alla fine svanisce improvvisamente realizzando che non si ha nessuna soluzione al mistero o che non si scopre nulla di più rispetto a quanto narrato a livello di sensazioni e sentimenti.

Lo stile di Maupassant è senza dubbio particolare, è un maestro del mistero ed è sicuramente uno dei padri del racconto moderno: le conclusioni dei suoi “racconti fantastici” non lasciano quasi nulla al lettore, ma le narrazioni fanno insorgere con destrezza un senso di inquietudine che difficilmente si riesce a dimenticare.

domenica 13 maggio 2018

Recensione #18: Semplicemente Gio' di Erika Lenti

Semplicemente Gio’ è un romance di Erika Lenti.


Trama
Si dice che il destino sia scritto nelle stelle. Se invece le fatalità non esistessero, se fossimo noi a crearci il futuro, un susseguirsi di eventi non dettati dalla provvidenza ma dalle nostre scelte, cambierebbe la nostra prospettiva sull'esistenza? Chiamatelo destino o semplice casualità, ma la vita si basa su delle scelte, giuste o sbagliate che siano, per la maggior parte delle volte suggerite dal cuore. Che sia una scelta riguardante un amore, una proposta di lavoro, un sogno da perseguire, il cuore è sempre il protagonista. La vita è piena di difficoltà e abbiamo noi la chiave del nostro destino: dobbiamo solo capire quando usarla. Come una chiave di violino messa usualmente all'inizio di un pentagramma, con la funzione di fissare la posizione giusta delle note, ma che può essere usata anche in un punto qualsiasi per identificare un passaggio, un cambiamento. Perché, in fondo, la musica è in tutto ciò che ci circonda, può guidarci, salvarci, ed è lei la vera protagonista di questa storia in cui i personaggi si troveranno spesso di fronte a dei bivi, in cui dovranno decidere se essere veramente padroni del proprio destino: scegliere tra un amore puro, tenero, romantico e sicuro o abbandonarsi a una passione sfrenata, vitale, intensa e irrefrenabile; scegliere di abbandonare un sogno perché le dure e avverse realtà della vita fanno di tutto per impedirti di realizzarlo; scegliere quale rapporto affettivo mettere al primo posto, a costo di perdere una persona comunque importante. Sarà proprio il destino a far scontrare la personalità raggiante ed esuberante di Giorgia, appassionata di musica, con quella del giovanissimo uomo d’affari Liam e dello scontroso ex musicista Dylan. Due ragazzi apparentemente diversi, ma uniti da un passato doloroso e da un futuro che si prospetta ancor più difficile. Giorgia sarà una nuova speranza, un nuovo inizio per entrambi, ma forse segnerà la fine del loro legame… per sempre!

Recensione
Semplicemente Gio’ ha tutte le carte in regola per essere definito uno dei romance più belli in circolazione. Erika Lenti, l’autrice, è riuscita a raccontare una storia che difficilmente lascia indifferente chi la legge. Il filo conduttore del romanzo è la musica, fondamentale per la protagonista Gio’, elemento che ciascuno di noi può apprezzare perché, anche se in modi diversi, è parte integrante delle nostre vite (abbiamo ricordi legati a delle canzoni, brani che ci fanno sognare, altri che ci tirano su il morale nei periodi bui). Le canzoni che fanno da colonna sonora all'intera storia sono quelle dei Modà, band italiana certamente nota a tutti: si può apprezzare o meno il loro repertorio musicale, ma è comunque molto piacevole leggere la storia accompagnata da pezzi di alcuni dei loro brani e le parole dei testi selezionate dall'autrice sembrano essere state scritte proprio per Gio’ e la sua avventura (lo dice sinceramente una persona a cui non piacciono particolarmente le canzoni dei Modà e che non conosce la maggior parte dei testi citati nel libro, ma che li ha trovati perfetti per i vari momenti). Durante la narrazione, è possibile poi apprezzare la bravura dell’autrice anche nelle scene descrittive – la tavola imbandita per le feste, il paesaggio invernale a New York, l’arredamento e la disposizione delle stanze, le attrazioni della Sardegna –, scene che ci permettono di immaginare perfettamente quello che i personaggi della nostra storia stanno vedendo. Un altro elemento a favore della storia è la lunghezza del libro: le 431 pagine, infatti, permettono all'autrice di farci conoscere e apprezzare Gio’ come merita, di farci comprendere perfettamente le emozioni e gli stati d’animo di tutti i personaggi e di sviluppare in modo graduale una storia che altrimenti verrebbe banalizzata. Unica nota dolente è la scelta fatta per la narrazione. La storia viene raccontata al presente, ma non vediamo mai un unico punto di vista: in un capitolo abbiamo la narrazione in prima persona dal punto di vista di Gio’, nel successivo troveremo quella in terza persona dal punto di vista di Liam, per poi tornare di nuovo alla prima persona ma dal punto di vista di Dylan. Questi continui cambiamenti disturbano la fluidità della lettura, soprattutto nella prima parte del romanzo, mentre adottare magari la scelta di utilizzare sempre e solo la prima o la terza persona (anche mantenendo la varietà dei punti di vista) avrebbe reso la lettura ben più scorrevole. Inoltre, ci troviamo spesso a leggere alcune pagine del diario che Gio’ tiene quasi quotidianamente: se da una parte ci servono a comprendere i veri sentimenti e i veri pensieri della protagonista (perché qui si esprime con assoluta sincerità), dall'altra a volte risultano ripetitivi ed inutili, soprattutto quando Gio’ si sofferma a raccontare all’Amico suo (così lei chiama il suo diario) gli eventi che le sono capitati e che probabilmente abbiamo già letto nelle pagine precedenti. Infine, sono presenti anche diversi refusi che, purtroppo, fanno calare un po’ la valutazione (verbi e soggetti non accordati tra loro, frasi in cui sarebbe stato auspicabile aggiungere una parola in più o di cui si sarebbe potuta modificare la sintassi per renderle più “comprensibili”, semplici errori ortografici sfuggiti ad un’ultima revisione).

Protagonista indiscussa del libro è Giorgia, una ragazza italiana che vive e lavora a New York. Sogna da sempre di innamorarsi dell’uomo giusto, ma ha ricevuto soltanto tante delusioni dal punto di vista sentimentale. Pilastri fondamentali della sua vita sono la sua amica Tracy e sua sorella Stefi, le persone che la conoscono meglio di chiunque altro al mondo e di cui Giorgia si fida ciecamente. Una parte del suo cuore è pieno dei suoi nipoti, i tre figli di Stefi, ai quali è molto affezionata, ma sente che la sua vita è incompleta e per questo cerca l’uomo giusto (anche se il suo metodo sembra piuttosto discutibile, se non si comprende la natura di Giorgia). Lei è solare, positiva, passionale, innamorata della musica e della vita, spavalda e chiacchierona, ma anche dolce, timida e spesso imbranata: lei è semplicemente Gio’. E la sua vita è destinata a cambiare il giorno in cui conoscerà finalmente l’uomo della sua vita: ruzzolando giù dalle scale dell’edificio in cui lavora, verrà soccorsa ed aiutata da Liam, il principe azzurro dai capelli biondi e gli occhi chiari che cavalca in sella alla sua moto; suonando la chitarra in un parco, le si avvicina un uomo dagli occhi scuri e i capelli lunghi che le provoca subito le farfalle allo stomaco, con cui sente di essere legata attraverso la musica, ma che riesce a far scappare probabilmente a causa delle sue domande che lo rendono triste. Liam è l’incarnazione dell’uomo perfetto: gentile, premuroso, sempre presente nei momenti di bisogno, altruista e pronto a rendere felice Gio’ in qualsiasi modo. Liam ha perso i genitori nell'attacco terroristico alle torri gemelle e ha da poco recuperato il rapporto con il fratello che si è tenuto lontano per diverso tempo. Dylan, questo il nome dell’uomo del parco, è l’opposto di Liam: passionale, innamorato della musica, sensibile, facilmente irritabile e dal carattere pungente. Dylan ha sempre vissuto per la musica, ma dei seri problemi di salute lo hanno portato ad abbandonare sia la sua passione che la sua famiglia e sembra che la conoscenza di Gio’ possa farlo tornare l’uomo che era. Gio’ si trova dunque tra due fuochi, tra il ghiaccio e il fuoco, tra il paradiso e l’inferno, ha i sentimenti confusi perché comprende di essere innamorata di entrambi, ma sarà costretta a fare una scelta che, inevitabilmente, porterà qualcuno a soffrire. La situazione, già parecchio ingarbugliata, peggiora scoprendo che Liam e Dylan non sono due sconosciuti, ma si conoscono benissimo tra loro. Non si riesce a staccarsi dalle pagine, curiosi di sapere come si risolverà questo intrico.

Ringrazio l’autrice per avermi dato la possibilità di leggere il suo romance e ne consiglio la lettura a chiunque voglia conoscere una storia piacevole e appassionante, a chi ama la musica e sa quanto questa sia importante nella vita, a chi ama i Modà o anche a chi non li conosce, a chi ama il genere romance per apprezzare la storia sognante di Gio’ e a chi non ama questo genere per deliziarsi in piacevole compagnia di una storia ben scritta e che vi ruberà il cuore.

domenica 6 maggio 2018

Recensione #17: Madame Bovary di Gustave Flaubert

Madame Bovary (1856) è il testo più celebre dello scrittore francese Gustave Flaubert. Inizialmente pubblicato a puntate su una rivista, suscita subito scandalo nella società dell’epoca, principalmente per la narrazione degli adulteri della protagonista.


Trama
Il romanzo si apre con Charles Bovary, un modesto medico che vive a Tostes seguendo le direttive della madre, sia dal punto di vista lavorativo che affettivo. L’uomo rimane presto vedovo della prima moglie, più vecchia di lui, e sposa in seguito la giovane e carina Emma Rouault. Emma è cresciuta leggendo libri, romanzi, storie appassionanti e sogna una vita come quella che trova nelle sue letture: il matrimonio con Charles sembra essere l’evento che aspettava per godere a pieno dei piaceri da lei sperati, ma presto rimane delusa e annoiata dalla vita mediocre che conduce insieme a Charles. Il marito, per risollevarle il morale, decide che si trasferiranno a Yonville e spera che ciò possa giovare alla moglie. Dopo il trasferimento, Emma dà alla luce una figlia, ma questo contribuisce ad alimentare la sua disillusione sulla vita, poiché sperava di avere un maschio. La sua condizione la porta ad accettare il corteggiamento di Léon, un giovane praticante notaio che non riesce però ad esprimerle i suoi sentimenti prima di partire per Parigi per terminare i suoi studi. Emma intreccia, perciò, una relazione amorosa con Rodolphe, un ricco proprietario terriero, dal quale verrà però abbandonata dopo che l’uomo si sarà stancato di lei. Durante una serata a teatro a Rouen, Emma rivede Léon e intraprende con lui una nuova relazione. La donna è ancora alla ricerca della vita ideale che sognava fin da piccola, ma non immagina quali saranno le conseguenze delle sue illusioni.

Recensione
Il romanzo di Flaubert si impone come manifesto del realismo letterario che verrà a seguire: i fatti vengono esposti da un narratore esterno e con uno stile oggettivo e distaccato, senza dare, dunque, nessuna valutazione a fatti, eventi o condotta dei personaggi. Lo stile dello scrittore ci presenta i vari avvenimenti raccontandoli dal punto di vista dei vari personaggi: possiamo, così, sperimentare la tranquillità di Charles, essere testimoni delle smanie di Léon, testare il malessere e l’eccentricità di Emma, seguire l’euforia di Rodolphe fin quando non si trasforma in noia. I diversi punti di vista si alternano senza infastidire minimamente il lettore e ciò avviene non soltanto tra un capitolo e l’altro, ma anche all'interno di uno stesso capitolo (invito, a tal proposito, a leggere il capitolo III della seconda parte del romanzo: inizialmente abbiamo il punto di vista di Léon, passiamo poi a quello del farmacista Homais, ci spostiamo a quello di Charles, vediamo quello di Emma e torniamo, infine, a Léon). Infine, la bravura narrativa di Flaubert si vede anche nella prima parte del romanzo che serve a farci conoscere i personaggi di Charles ed Emma e, soprattutto, a farci comprendere la sofferenza di quest’ultima. Le giornate di Emma, infatti, si susseguono sempre uguali, monotone, noiose e il malessere della protagonista viene trasmesso in modo così perfetto da pervadere perfino l’animo del lettore.

La protagonista indiscussa del romanzo è Emma: la ragazza accresce fin da giovane le sue conoscenze attraverso i testi del periodo del Romanticismo (tanto letterario quanto sentimentale), periodo che Flaubert vuole contestare anche attraverso i suoi scritti. Il Romanticismo letterario ha, infatti, alimentato i sogni di Emma con illusioni che lei stessa riverserà nelle relazioni extraconiugali con Rodolphe e Léon. Emma si trova, dunque, inconsapevolmente, tra due fuochi: da una parte le sue aspettative basate sulle sue letture, dall'altra la realtà tranquilla ma mediocre al fianco del marito. Non a caso, è entrato nel lessico comune il termine “bovarismo”, intendendo l’insoddisfazione e la noia per la propria esistenza ed il tentativo di fuga attraverso l’immaginazione di una vita con tutti i sogni ed i desideri inespressi.

Charles è il secondo protagonista della vicenda, nonostante il romanzo si apra proprio su di lui. Il giovane Bovary ci viene subito presentato come succube dei desideri della madre: la donna vuole che il figlio diventi medico e riuscirà nel suo intento. Charles riesce ad essere piuttosto bravo nel suo mestiere, ma è fin troppo chiaro che non si tratta della sua reale vocazione: si occupa sempre di malati “regolari”, non ambisce a conoscere malattie inusuali e i corrispettivi rimedi, prescrive ai suoi pazienti delle cure il più possibile naturali e semplici, finisce col peggiorare la situazione di un pover'uomo a causa dell’ostinazione della moglie e dell’amico farmacista, si vede costretto a chiamare degli illustri medici dalle città vicine quando si trova davanti a dei casi per lui incomprensibili. Nonostante la sua mediocrità e i suoi fallimenti, il signor Bovary non si mostra mai preoccupato del giudizio altrui e non prova nemmeno rimorsi verso sé stesso. La costante dell’uomo sarà quella di essere sottomesso alle volontà altrui: della madre prima e di Emma poi, non per semplice inettitudine, ma perché profondamente innamorato di loro al punto di non riuscire a contraddirle.

Homais è un altro personaggio molto particolare, anche se non direttamente protagonista. È il vicino di casa dei coniugi Bovary a Yonville ed è anche il farmacista del villaggio. Fin da subito, l’uomo si presenta opportunista e terribilmente logorroico. Più d’una volta si rende insofferente al lettore quando compare nelle varie scene: leggere il nome di Homais equivale a rassegnarsi ad interminabili spiegazioni e riflessioni. Il farmacista è un personaggio rilevante soprattutto perché incarna le idee illuministiche, il trionfo della ragione e l’importanza della scienza. Sebbene i suoi discorsi siano piuttosto lunghi e spesso intollerabili, dalle sue parole si evince chiaramente quell'esaltazione della ragione e della filosofia tipica dell’Illuminismo. Tutto ciò emerge ancora più chiaramente alla fine del romanzo, quando vengono riportati i suoi battibecchi con Don Bournisier sulle differenze tra la scienza e la religione. Inoltre, il farmacista è anche un uomo piuttosto pragmatico e che guarda principalmente al proprio tornaconto (durante una tragedia, non esiterà a preoccuparsi di un pranzo insieme a due illustri medici, mentre è consapevole che a poca distanza da casa sua si sta svolgendo una disgrazia). Infine, Homais ha anche l’onore e l’onere di chiudere il romanzo: come se i reali protagonisti del libro venissero dimenticati, Flaubert ci informa che Homais ha finalmente ricevuto il riconoscimento che tanto desiderava.

Madame Bovary è davvero un romanzo rivoluzionario, tanto dal punto di vista stilistico che contenutistico. Viene studiato nelle scuole, ma difficilmente si riesce a trasmettere la reale grandezza del testo e del suo scrittore: le conoscenze scolastiche quasi “profanano” la genialità flaubertiana che può essere compresa a fondo solo attraverso la lettura diretta del romanzo.

domenica 29 aprile 2018

Recensione #16: Wild Lake di Bianca Ferrari

Wild Lake è il romance d’esordio di Bianca Ferrari.


Trama
J. Lee è nata e cresciuta nel freddo Maine: sembra una ninfa dei boschi con quei suoi capelli rossi, ricci come una criniera e gli occhi verde scuro. Ha un carattere vivace, curioso ed estremamente solare, ma, dietro grandi sorrisi e una spiccata empatia, nasconde un grande dolore, a causa del quale è stata costretta a trasferirsi in Oklahoma.
Nathaniel, invece, non ha mai lasciato Broken Arrow, dove conduce un’esistenza solitaria. Ogni persona cui abbia voluto bene l’ha abbandonato, lasciandogli la convinzione di non valere niente: e come in una profezia che si avvera, fa di tutto per corrispondere all’immagine che ha di sé.
L’incontro tra i due potrebbe essere la cura per le loro sofferenze: cura che passerà dalla forza apparentemente incrollabile di J. Lee, ai tormenti inquieti e alle paure di Nathaniel.
Riusciranno, insieme, a superare le difficoltà e a confessare sentimenti troppo forti per essere soffocati? E cosa succederà quando sarà J. Lee a crollare sotto i colpi implacabili del destino? È possibile, per un amore così giovane, affrontare intemperie e tempeste, rimanendo saldo nei loro cuori?

Recensione
Wild Lake è il primo romanzo di Bianca Ferrari ed è un ottimo trampolino di lancio per la sua bravura come scrittrice. Ha uno stile curato e lineare, che riesce a trasmettere le emozioni in maniera diretta. I fatti ci vengono raccontati in terza persona e da un punto di vista multiplo, che passa costantemente da uno all'altro dei protagonisti. Uno degli elementi migliori del suo stile è il suo modo di presentare, caratterizzare e descrivere i personaggi: i tre principali sono J. Lee, Andrew e Nathaniel e ciascuno di essi ci viene raccontato a 360 gradi attraverso descrizioni dirette, espressioni, pensieri riferiti, comportamenti.

La protagonista indiscussa è J. Lee Sullivan, la ragazza che vediamo in copertina e legata anche al titolo del libro. Questa la descrizione che troviamo di lei:
“Capelli ricci ingestibili di una sfumatura più simile all'arancio che al rosso, che per quanto tentasse di far crescere rimanevano a lunghezza delle spalle, allargandosi intorno al capo come una criniera infiammata e dandole un’aria un po’ da folletto dei boschi. Occhi verde bottiglia, di quel colore che da lontano non rivela ogni sfumatura, ma che da vicino è variegato come la superficie di un lago selvatico; corpo minuto e postura che passava dalla chiusura all'entusiasmo in un attimo.”
J. Lee (scopriremo leggendo per cosa sta la J del suo nome), ha vissuto nel Maine con i suoi genitori, ma è costretta a trasferirsi dai Cooper a Broken Arrow dopo che un evento traumatico si è abbattuto su di lei. J. Lee è una diciassettenne con un enorme entusiasmo, sempre allegra e positiva, riesce a far fronte alle difficoltà della vita con un sorriso sulle labbra e coinvolgere tutti con il suo brio. Si incupisce soltanto quando si fa riferimento alla tragedia che ha vissuto, pertanto tutti attorno a lei evitano di parlarne. I Cooper hanno un figlio di nome Andrew, su una sedia a rotelle a causa di un brutto incidente, e la ragazza lega subito con lui, divenendo grandi amici. Il destino non ha però finito con J. Lee e le giocherà un altro brutto tiro, al quale la ragazza dovrà resistere, anche se questa volta avrà un’altra persona al suo fianco ad aiutarla e sostenerla.
Andrew Cooper è un ragazzo dai capelli scuri e gli occhi azzurri, a cui piaceva praticare sport al liceo. La sua passione viene, purtroppo, fermata da un incidente automobilistico in cui perde l’uso delle gambe e questo lo porterà ad isolarsi e chiudersi in sé stesso. A ciò si aggiunge anche un enorme tradimento da parte del suo migliore amico e compagno di squadra Nathaniel, che tornerà a farsi vivo poco dopo l’arrivo della sua nuova amica. Su Andrew, J. Lee e la sua grande positività hanno una enorme influenza e il ragazzo verrà spronato e convinto a rimettersi in gioco e riprendere in mano il proprio futuro, uscendo finalmente dal guscio che si era creato attorno per isolarsi.
Nathaniel Reed, infine, è il ragazzo bellissimo e perfetto che fa innamorare di sé le ragazze dell’intera scuola, ma che sembra dover stare con la solita bionda mozzafiato che non lo faccia sfigurare. In realtà, Nate è un ragazzo ben più profondo e complesso, impareremo a conoscerlo lentamente e scopriremo quanti problemi, soprattutto familiari, si celino dietro la sua maschera. È perennemente deluso da tutti coloro che gli stanno attorno perché viene puntualmente abbandonato e lasciato da solo; non ha quasi famiglia se non sua sorella, ma anche quest’ultima non gli è di molto supporto e gli causerà vari problemi. Nate svelerà, tanto a sé stesso quanto ai suoi amici, delle nuove parti di sé, quella fedele e passionale in amore e quella altruista per affetto.

Questi elementi rendono il romanzo molto piacevole, altri, invece, lo fanno apprezzare un po’ meno.
I personaggi sono tre adolescenti: Nate e J. Lee frequentano l’ultimo anno del liceo, mentre Andrew andrà al college. Utilizzano prevedibilmente un linguaggio adatto alla loro età, si scambiano epiteti bonariamente offensivi e non mancano di utilizzare parolacce o termini poco galanti. Tutto ciò non disturba la lettura, ma contribuisce a sottolineare quanto siano giovani i personaggi e parecchi elementi stonano con la loro giovane età. Trattandosi di un romance, ci ritroviamo a leggere una storia d’amore che fa sognare ad occhi aperti, ma che presto sembra trasformarsi in una relazione morbosa, in cui i due ragazzi non riusciranno a fare a meno l’una dell’altro in maniera eccessiva: ci viene detto chiaramente che i due non si separano mai, tanto che spesso J. Lee si ferma a casa di Nate senza che i Cooper ne siano minimamente disturbati; quelle poche volte che sono costretti a stare separati, iniziano subito a mandarsi messaggi con il cellulare e l’altro è sempre pronto a rispondere con immediatezza, come se si trattasse dell’ossigeno per vivere. Nella loro storia troviamo anche numerosi riferimenti non adatti alla loro età. Se all'inizio della narrazione troviamo J. Lee che cita Agatha Christie o Jane Austen (plausibile, ma che poi verranno totalmente dimenticate nella seconda metà del romanzo, quando J. Lee cambia come la Anastasia Steele di Cinquanta sfumature), in altre parti del libro la stessa ragazza si paragonerà a Bridget Jones (bellissimo personaggio letterario, ma poco adatto come paragone con una diciassettenne) o farà riferimento a Laguna blu (film del 1980, difficilmente conosciuto dagli adolescenti di oggi).
Anche altri elementi contrastano con la giovane età dei ragazzi: J. Lee ci viene presentata come una ragazza inesperta che, però, già nella prima scena hot diventa disinibita e piuttosto competente; diverse volte la giovane fa riferimento alle storie passate di Nate, paragonandosi a quelle che non chiama “le altre ragazze” da lui avute, ma addirittura “donne”, come se si trattasse di pensieri che nascono nella mente di un’adulta; il legame d’affetto tra Nate e J. Lee è davvero forte e profondo, ma è piuttosto innaturale discutere di creare una famiglia, di avere dei figli o di vivere insieme a quell'età, senza nemmeno aver terminato il liceo o aver preso in considerazione l’idea di frequentare il college o di cosa fare del proprio futuro. Nonostante i ragazzi siano presentati in maniera impeccabile e siano ben caratterizzati, sembra che crescano rapidamente da un capitolo all'altro, pur mantenendo la stessa età dall'inizio alla fine. Il loro evolversi caratterialmente e psicologicamente non avviene in contemporanea con la loro età e questo disturba un po’ lo scorrere degli eventi. La seconda parte del romanzo diviene, poi, piuttosto prevedibile, nonostante la scrittura dell’autrice tenti di celare molte informazioni al lettore per aumentare l’effetto sorpresa. Il finale sarà apprezzato da chi riesce a sognare senza barriere e limiti insieme ai due ragazzi protagonisti della vicenda.

Ringrazio Bianca per avermi dato la possibilità di leggere il suo libro, le auguro di continuare la strada intrapresa perché ha dimostrato di avere talento e consiglio la lettura del suo romanzo d’esordio ai sognatori, innamorati dell’amore e delle storie che fanno brillare gli occhi, tinte anche di passionalità.

venerdì 20 aprile 2018

Recensione #15: La Moleskine ritrovata di Nino Inzerillo

La Moleskine ritrovata è un romanzo di Nino Inzerillo.


Trama
Un vecchio taccuino, una piccola Moleskine nera, conservata per sedici lunghi anni in un cassetto. Nelle sue pagine una novella, scritta nel corso dei giorni, quelli che segnavano la frequentazione di una donna, che sembrava essere solo un ricordo, poi un sogno, uno di quelli che ti restituiscono la voglia di riprendere la stilografica e farne un romanzo vero. Un’altra tappa di quella che è, ormai, una vera e propria saga. Tutto ebbe inizio da un Terremoto Inventato, o forse no, non ti resta che leggere.

Recensione
Ci ritroviamo a parlare di Nino Inzerillo e della sua saga iniziata con Il terremoto inventato. Il capitolo in questione potrebbe essere considerato un romanzo breve o un racconto lungo. Qui ci viene narrato un episodio molto particolare: Nino decide di inviare il suo manoscritto a Pia, la donna che gli ha ispirato il racconto scritto sulla Moleskine del titolo, ma che non vede da ben sedici anni.  Potrebbe sembrare un gesto sconsiderato, ma proseguendo con la lettura riusciremo a trovare le risposte che cerchiamo. Pia è combattuta, non sa se accettare o meno la tacita richiesta che si nasconde dietro a quella banale e-mail ricevuta; Nino vive lo stesso stato d'animo, nonostante la pietra sia ormai stata lanciata, e non riesce a fare il passo successivo: arriveremo alla fine sperando di avere qualche pagina in più in cui trovare un'ultima risposta e ci troveremo di fronte ad un finale particolare che stuzzica maggiormente la nostra curiosità.

Siamo già abituati allo stile curato dell’autore, tanto che ritroviamo anche qui un linguaggio aulico ma non ostico e l’utilizzo di termini ricercati che rendono piacevole la lettura. Nonostante la scrittura sia superiore rispetto a quanto siamo abituati, ci troviamo tra le mani una lettura assolutamente scorrevole. In questo romanzo, in particolare, vi è anche un espediente che ne favorisce la fluidità e stuzzica ancora di più la curiosità del lettore: i capitoli, infatti, alternano il punto di vista di Nino con quello di Pia e, in questo modo, riusciamo anche a scoprire altre caratteristiche di Nino, espresse da un punto di vista differente da quello del protagonista.

Particolare è l’attenzione che l’autore-narratore pone alla condizione di scrittore e alle difficoltà che comporta: trovare una casa editrice disposta a pubblicare gli scritti, decidere di imboccare la via della pubblicazione indipendente, affrontare i problemi di marketing e pubblicità delle opere. Si tratta, effettivamente, della realtà che ogni scrittore affronta in maniera diretta e la scelta dell’autore di metterlo nero su bianco e parlarne direttamente con il suo lettore fa sì che quest’ultimo ne prenda reale consapevolezza.

Non mancano i riferimenti a svariati elementi culturali, elementi che fa sempre piacere ritrovare durante una lettura: da Dante a Bulgakov e da Mary Poppins a Harry Potter, ce n’è davvero per tutti i gusti. Infine, non si può non fare menzione della forte inter-testualità con gli altri capitoli della saga, ai quali troviamo riferimenti espliciti e diretti, soprattutto quando il narratore si rivolge apertamente al lettore. Vale la pena riportare un passaggio scritto dal punto di vista di Pia. La donna ha, infatti, appena acquistato e letto Il terremoto inventato e ne dà la sua opinione (che sarebbe semplicemente quella dell’autore stesso ma filtrata dalle emozioni del suo personaggio, una delle migliori autocritiche che si possano realizzare):
“Non ci vollero che un paio di giorni di intensa lettura, Nino confermava di avere talento, quella ammissione non le costava grandi sforzi e, poi, non lo avrebbe certo detto a lui. Era una storia narrata con la sintassi che è propria dell’inconscio, simbolismo che solo ad un occhio ignorante poteva apparire complesso o estremamente difficile da recepire, certo i termini erano, a volte, desueti, concetti che appartenevano alla psicologia, ma che, in quanto tali, non le erano sconosciuti. In sintesi, era un gran bel romanzo, anche se c’erano ancora delle istanze necrofile che appesantivano la narrazione, ma infine, si scorgeva la voglia di continuare a sperare. Era la narrazione della sempiterna lotta tra Eros e Thanatos.”
Ringrazio l’autore per avermi dato la possibilità di leggere anche questo capitolo della saga e vi consiglio di iniziare a leggerla se avete voglia di immergervi in una storia per nulla banale e narrata in modo non convenzionale.

lunedì 16 aprile 2018

Recensione #14: Trilogia Scarlet di Chiara Casalini

La trilogia Scarlet è stata scritta da Chiara Casalini ed è composta da Scarlet – Morire per vivere, Scacco al re e L’ultima sfida.


Trame
Nel primo volume, Scarlet – Morire per vivere, facciamo la conoscenza di Scarlet, una giovane ragazza che è appena diventata un Vampiro e che racconta la sua vita per farci comprendere come sia arrivata alla sua attuale condizione. Scarlet ha vissuto a San Francisco con i suoi genitori, ma dopo la traumatica morte della madre, suo padre diventa iperprotettivo e la ragazza decide di vivere in modo anticonformista e ribellarsi alle regole impostegli. Conosce, così, Max, un motociclista un po’ più grande di lei, con il quale intreccia una relazione per tre anni, dopo i quali si lasceranno in maniera brusca. Scarlet torna così a vivere una vita normale fin quando non incontrerà un uomo che in realtà aveva già visto molti anni prima: si tratta di Alex, verso cui il padre la aveva già messa in guardia una volta, ma Scarlet non riuscirà a stargli lontana. La relazione con Alex continua nel secondo libro, Scacco al re, in cui vediamo Scarlet pronta a tutto pur di vendicare la morte della madre e altre torture subite dalle persone a lei vicine: per far ciò, dovrà tendere una trappola direttamente a Edward, il Principe dei Vampiri di San Francisco, colpevole di aver fatto del male a tutte le persone vicine alla giovane Vampira. Alex si rende subito complice della sua compagna, anche perché Scarlet non è una semplice Vampira ma ha anche la capacità di praticare incantesimi di stregoneria, un’eredità lasciatale dalla madre. Al fianco di Scarlet, però, si troverà anche Max, in una veste inaspettata, il quale confonderà il cuore di Scarlet e deciderà di schierarsi anche lui al suo fianco. Nell'ultimo capitolo, L’ultima sfida, Scarlet dovrà affrontare un nuovo nemico, che mette in pericolo non solo la sua non-vita e quella di Alex e Max, ma le sorti dell’intera città di San Francisco: si tratta di Joshua, il Condottiero degli Insorti, uno spietato Assassino pronto a tutto pur di ottenere ciò che vuole. Insieme a nuove e sconvolgenti scoperte che riguardano tanto Alex quanto Max, seguiremo le vicende che porteranno a compimento i fatti, arrivando ad una conclusione per nulla scontata.

Recensione
La trilogia romance-fantasy di Chiara Casalini è composta da tre romanzi tanto simili quanto diversi tra loro. La precedente affermazione può suonare strana, ma darò tutte le spiegazioni che serviranno a comprenderla. È necessario, però, darvi anche un avvertimento: si potrebbero trovare degli spoiler nella seguente analisi, ma ho provato a ridurli al minimo, così da non guastare il gusto della lettura (sono forse presenti maggiormente nella trama sopra riportata). Una volta iniziato il primo libro è davvero difficile smettere di leggere e si arriva in pochi giorni ad aver terminato l’intera trilogia, trasportati dalla curiosità per come andrà a finire: era, quindi, inevitabile presentare un’analisi unica che, spero in questo caso mi perdonerete, vede in qualche punto la presenza dei miei gusti personali (sono davvero pochissimi, quindi non preoccupatevi). Detto ciò, vi lascio proseguire la lettura.

Il primo romanzo della trilogia è Scarlet – Morire per vivere, che già dal titolo ci fa comprendere chi è la protagonista e quale sia l’evento centrale della narrazione. In realtà, tutto quello che leggiamo della vita di Scarlet è lei stessa che ce lo racconta, come se fosse un grande flashback o una sorta di diario personale: Scarlet è già un Vampiro nel suo presente e ci espone i fatti del suo passato per raccontare come ha vissuto e come sia arrivata alla sua nuova “vita”. La storia è, dunque, narrata al passato, ma troviamo spesso dei commenti che, capiamo subito, arrivano dal presente e dalle nuove consapevolezze di Scarlet: per esempio, da umana aveva la sensazione di essere osservata durante le notti e, adesso, ci ripensa con un sorriso, avendo dato a ciò una spiegazione. I commenti o le impressioni della Scarlet che racconta servono anche a far comprendere al lettore quale sia l’inevitabile fine: lo scopo di questo romanzo, infatti, non è quello di sorprendere il lettore raccontandogli di una ragazza che viene trasformata in Vampiro (non è una novità letteraria, siamo pressoché abituati a narrazioni di questo tipo), bensì quello di far narrare ad una ragazza-Vampiro le sue sensazioni e il suo modo di vedere la sua vita passata, come se il “mondo umano” venisse filtrato dai suoi occhi di Vampiro.
Scarlet, protagonista indiscussa del romanzo, è un personaggio complesso e ben delineato. Sembra essere la tipica “ragazza dei piani alti”, come spesso viene soprannominata, ma lei non può accontentarsi della vita piatta che le è capitata. La situazione precipita quando sua madre Rebecca viene trovata morta: a Scarlet mancherà tantissimo l’affetto materno e suo padre diverrà iperprotettivo nei suoi confronti, portandola a ribellarsi alle regole e alle restrizioni. È in questo modo che conosce Max, il bel ragazzo tenebroso e ribelle che fa innamorare di sé la ragazza per bene. La prima parte del romanzo si concentra sull'adolescenza rivoluzionaria della ragazza che, per molti lettori miei coetanei, riporta alla mente i personaggi di Babi e Step di Tre metri sopra il cielo. Nella seconda parte del romanzo, però, Scarlet viene improvvisamente abbandonata da Max e ciò le causa un immenso dolore che la porterà a crescere e maturare, fin quando non giungerà l’affascinante Alex. Da questo momento in poi, Scarlet somiglia moltissimo alla nota Isabella Swan di Twilight (così come Alex ha molto in comune con Edward Cullen). Un altro personaggio della vicenda ricorda, invece, Arlo, ma non verrà qui svelato per non guastare il piacere della scoperta durante la lettura. Infine, vale la pena fare menzione ad un paragone espresso da Alex: egli dice che Scarlet somiglia ad una Valchiria, una donna forte ma che ha sempre bisogno di tornare tra le braccia dell’uomo che ha accanto. Da una parte, è un piccolo dettaglio innovativo, in quanto difficilmente si trovano riferimenti alla mitologia nordica se non in casi eccezionali, dall'altra ci fornisce in maniera chiara la descrizione migliore che si possa fare di Scarlet, che constateremo anche negli altri romanzi.

La storia continua con Scacco al re. Qui il modo di narrare cambia totalmente: se nel primo capitolo avevamo Scarlet che parlava al passato per raccontarci la sua vita, qui la ragazza-Vampiro usa il presente e ci racconta i fatti che lei stessa sta vivendo, di modo che il lettore si ritrovi al suo fianco.
Anche qui, la protagonista principale è la stessa narratrice. Scarlet adesso è, però, cambiata, è cresciuta e vive delle esperienze che fortificano ancora di più il suo essere. Non si tratta del solito Vampiro a cui siamo abituati, Scarlet è anche una Strega e sembra perfino in grado di provare emozioni, caratteristica che ci porta a domandarci come possa essere possibile e non vediamo l’ora di scoprirlo. Altri personaggi, però, si fanno largo sulla scena ed ecco che Alex e Max hanno adesso un ruolo maggiore negli eventi. La crescente importanza di questi due personaggi alimenta la nascita del tipico triangolo amoroso, elemento che, anch'esso, ci riporta alla memoria quello di Twilight o di The Vampire Diaries. Un unico episodio che merita di essere citato riguarda l’incontro di Scarlet con due vecchi amici, Bill e Jenny. È un episodio che non influisce nello svolgimento dei fatti, ma è raccontato così bene da far nascere nel lettore nostalgia e sofferenza e accende un barlume di umanità nell'esistenza di non-vita dei Vampiri.

L’ultima sfida è il capitolo finale della trilogia. Qui lo stile cambia ancora una volta. Il romanzo è, indubbiamente, il più maturo dei tre, i capitoli sono più lunghi rispetto a quelli dei precedenti e la scrittura è decisamente più completa: in quest’ultimo libro, sensazioni ed emozioni vengono trasmesse in maniera impeccabile al lettore, cosa che avviene anche nei primi due libri ma non in maniera così immediata. Una piccola nota stonata è, invece, la presenza di alcuni errori sintattico - grammaticali, sui quali si può sorvolare facendosi trasportare dalla storia. Una splendida novità sono le brevi frasi di apertura dei vari capitoli, tra cui ve ne cito un paio:
“Ogni notte cela in sé gioie e tormenti, sogni ed incubi che non sempre svaniscono all’alba” 
“Illudersi, a volte, è l’unica via per continuare a sperare” 
Si era fatta prima menzione alla maggiore lunghezza dei capitoli in quest’ultimo libro. Se da una parte è un buon espediente per raccontare in maniera più dettagliata avvenimenti e sensazioni, dall'altra serve anche ad inserire un buon numero di scene intime, che il triangolo amoroso alimenta parecchio. Spesso si ha la sensazione di leggere una versione soft-fantasy di Cinquanta sfumature, non tanto per le descrizioni, ma per la presenza di scene di passione in ogni capitolo: alcune volte sarebbe bastato un abbraccio consolatorio ed affettuoso che, invece, si trasforma puntualmente in un momento passionale. Per quanto riguarda i personaggi, Scarlet e Max sono pressoché identici a come li abbiamo lasciati nel capitolo precedente (anche se scopriremo non poche cose su Max che ci chiariranno alcuni dubbi), mentre Alex viene mostrato sotto una luce un po’ diversa: sembra quasi più “umano”, geloso di Scarlet, comprensivo, affettuoso, qualità che vengono accentuate proprio in quest’ultima parte della storia. Infine, piccolo riferimento al finale, che non verrà assolutamente rivelato: a poche pagine dalla fine del libro ci si trova davanti a quello che sembra essere il finale perfetto, almeno secondo i miei gusti personali, salvo poi scoprire che si prosegue ancora per un capitolo e mezzo per giungere ad una conclusione tanto inaspettata quanto aperta alla possibilità di un futuro proseguimento.

Ringrazio l’autrice per avermi dato la possibilità di fare la conoscenza di Scarlet e degli altri personaggi e di avermi fatto appassionare ad una storia fantasy così originale. Ne consiglio la lettura a tutti gli appassionati di fantasy che vogliono, però, conoscere un mondo dei non-morti diverso da quello abituale e lo consiglio anche ai non amanti del genere (come me) che si ritroveranno, invece, trasportati in una storia appassionante e innovativa grazie alla bravura di Chiara.