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domenica 4 febbraio 2018

Recensione #7: Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien

Il signore degli anelli di John Ronald Reuel Tolkien è una trilogia che racconta le avventure di Frodo e dei suoi compagni.


Trame
Nel primo libro, La Compagnia dell’anello, facciamo la conoscenza di Frodo, uno Hobbit che vive nella Contea ed eredita un anello dal cugino Bilbo Baggins. Scopre, grazie allo stregone Gandalf, che è il più potente degli anelli del potere, forgiato direttamente da Sauron, Signore Oscuro. Su consiglio di Gandalf e accompagnato dal suo fedele amico e giardiniere Sam e da altri due Hobbit, Pipino e Merry, Frodo parte per Gran Burrone dove vivono gli Elfi. Lungo il viaggio devono affrontare diversi ostacoli, tra i più pericolosi si ricordano i Cavalieri Neri servi di Sauron, e incontrano anche un nuovo amico che si presenta a loro con il nome di Grampasso. I cinque giungono infine a Gran Burrone, dove Elrond, Signore degli Elfi, ha radunato un Consiglio insieme ai rappresentanti di Elfi, Nani e Uomini. Il Consiglio decide che per poter sconfiggere definitivamente Sauron bisogna distruggere l’anello e ciò potrà essere fatto solo gettandolo nel Monte Fato, lì dove venne forgiato. Qui si compone la Compagnia di nove individui che si faranno carico di questo arduo compito: Frodo, il Portatore dell’Anello; Merry e Pipino, i due Hobbit amici di Frodo; Sam, fedele servitore del padrone che non gli permetterà di partire senza di lui; Grampasso, che rivela di chiamarsi in realtà Aragorn ed essere l’ultimo erede dei re di Númenor; Legolas, un Elfo originario del Bosco Atro; Gimli, un Nano proveniente dalle Montagne; lo stregone Gandalf; Boromir, il figlio del Sovrintendente di Gondor.
Il secondo libro, Le due torri, si apre con lo scioglimento della Compagnia. Due dei nove compagni vengono perduti (Gandalf e Boromir), altri due vengono rapiti dagli Orchi (Merry e Pipino). Frodo e Sam decidono, quindi, di proseguire da soli, mentre Aragorn, Legolas e Gimli si occupano di cercare i due Hobbit rapiti. I due riescono, però, a fuggire e fanno la conoscenza di un Ent dal nome Barbalbero: egli decide di muovere guerra allo stregone Saruman, al servizio di Sauron, e distruggono la sua Isengard. Intanto, Aragorn, Legolas e Gimli incontrano un redivivo Gandalf e con lui si recano a Rohan per salvare prima il Re Théoden e poi il suo popolo da un attacco del nemico. Nel frattempo, Frodo e Sam continuano il loro viaggio non privo di pericoli. Si unisce a loro la strana creatura chiamata Gollum: egli era in realtà uno Hobbit dal nome Sméagol che è stato fortemente corroso dal potere malvagio dell’anello. Gollum farà loro da guida per aiutarli ad arrivare ai cancelli di Mordor, fin quando però non li tradirà facendoli cadere in un pericoloso tranello.
Il terzo libro, Il ritorno del re, ci porta alla conclusione di questa travagliata avventura. Il gruppo ormai ricomposto con Gandalf, Merry, Pipino, Aragorn, Legolas e Gimli, si reca a Minas Tirith per avvisare e aiutare il Sovrintendente Denethor di un attacco imminente. Aragorn riesce a trovare l’aiuto di un esercito di morti e anche Rohan decide di andare in soccorso di Gondor. Éowyn, la nipote di Théoden, compie insieme a Merry un gesto valoroso uccidendo il capo dei Cavalieri Neri. Sam, intanto, aiuta Frodo a liberarsi degli Orchi e i due riprendono il loro viaggio compiendo gli ultimi sforzi per cercare di concludere finalmente la loro missione, anche se continueranno ad essere ostacolati ancora dal perfido Gollum.

Recensione
È praticamente impossibile non dare il voto massimo all’intera trilogia. Le vicende raccontate sono appassionanti fin nei minimi dettagli e la narrazione non risulta mai pesante o noiosa. La scrittura di Tolkien non è del tutto scorrevole, lo ammetto, ma basta semplicemente farci l’abitudine e le pagine si sfogliano da sole, una dopo l’altra. Tolkien ha curato tutto in ogni particolare e non c’è nulla che stoni o che si trovi fuori posto.

 Ogni personaggio è ben delineato, sia che si tratti di un personaggio principale che di uno minore. I libri sono davvero pienissimi di personaggi, ma grazie alle attenzioni e alle descrizioni di Tolkien, non andiamo mai in confusione: se nel primo libro incontriamo Tom Bombadil nella Vecchia Foresta o Dama Galadriel a Lórien o ancora Cactaceo a Brea, potete star certi che ce ne ricorderemo fino alla fine dell’avventura, quando li rivedremo dopo centinaia di pagine.
Ciascun personaggio è poi ben caratterizzato. Prendiamo i personaggi di Aragorn e Gollum ad esempio. Il primo ci viene inizialmente presentato solo come un Ramingo (una sorta di vagabondo, un discendente degli antichi Re ormai in esilio) e lo conosciamo solo con il nome di Grampasso, ma riusciamo subito a capire che non si tratta di un personaggio negativo, nonostante gli ovvi timori dei piccoli Hobbit. Scopriremo poi che si tratta di Aragorn, discendente della stirpe dei Re, e che è uno dei personaggi a mio parere più belli non solo della saga ma dell’intero universo letterario. È un uomo forte e coraggioso e non si tira mai indietro di fronte ai suoi doveri, per quanto pericolosi possano essere (nella trasposizione cinematografica è un po’ più titubante, ma dai romanzi appare sempre come un uomo piuttosto risoluto e sicuro di sé).
Gollum è invece il personaggio più ambiguo di tutti, sempre in bilico tra il bene e il male. Spesso, parlando di sé, utilizza la prima persona plurale proprio a causa di questa dualità del suo essere. Persino Frodo si rivolgerà a lui chiamandolo Sméagol per indirizzarsi alla sua parte buona, mentre Sam tenderà a chiamarlo quasi sempre Gollum considerandolo infido e malvagio. In realtà, però, leggendo le varie pagine, capiamo quanto sia pesante il fardello di Frodo come Portatore dell’Anello. Riuscendo a comprendere ciò, iniziamo anche a vedere con occhio diverso Gollum/Sméagol: il suo essere malvagio non è del tutto innato, la pericolosità dell’Anello lo ha reso il mostro che è diventato e una parte di sé non riesce a cedere totalmente alla cattiveria e arriva sicuramente anche a provare dell’affetto nei confronti di Frodo. L’ossessione dell’Anello, però, che è riuscito a tenerlo in vita per centinaia di anni, non lo lascerà mai e per questo motivo oscillerà sempre tra il bene e il male, propendendo però un po’ di più per quest’ultimo. Più di una volta Gollum rischia di venire ucciso, per esempio da Bilbo o da Sam, ma la sua condizione riesce sempre a toccare il loro cuore e, comprendendo l’atroce sofferenza che l’essere prova a causa dell’Anello, lo lasceranno in vita.

Uno degli elementi che più mi piace di questa trilogia è il valore dell’amicizia che ne fuoriesce. Si crea un saldo legame amichevole già all'interno della Compagnia stessa, ma i suoi membri non riusciranno mai a fidarsi totalmente gli uni degli altri. Il vero legame e il vero sentimento di amicizia si forma, invece, tra due coppie di personaggi: tra i due Hobbit Frodo e Sam e tra il Nano Gimli e l’Elfo Legolas.
I primi sono amici già dalle prime pagine del libro, Sam è il giardiniere di Frodo e prova un grande affetto nei confronti del suo Padrone, tanto che non esiterà a seguirlo nonostante tutti i pericoli che dovranno affrontare. Ma l’affetto di Sam nei confronti di Frodo verrà dimostrato in moltissime altre occasioni: quando la Compagnia si scioglie e Frodo vorrebbe partire da solo, ma Sam lo segue (in questo caso è molto bella la scena del film in cui Sam rischia addirittura di affogare nel fiume pur di seguire il Padrone); quando vengono traditi da Gollum e Frodo si trova in pericolo di vita (il piccolo Hobbit si metterà ad affrontare perfino gli Orchi); quando, a pochi passi dalla meta, Frodo è ormai sfinito e non riesce più a reggersi in piedi e Sam lo porta finanche in braccio pur di aiutarlo. Insomma, io dico sempre che Sam è il migliore amico che si possa mai avere.
Anche la strana coppia formata da Legolas e Gimli non è da meno. Quando i due si conoscono, non scorre buon sangue tra la razza degli Elfi e quella dei Nani, quindi sembra perfino difficile che i due possano andare d’accordo. Inaspettatamente, però, si affezionano l’un l’altro, si proteggeranno a vicenda e si riprometteranno di rimanere amici anche dopo la fine dei giorni oscuri di Sauron. È davvero significativa la promessa che Legolas fa al suo piccolo amico quando gli dice che lo accompagnerà a visitare la Foresta di Fangorn, luogo che il Nano Gimli teme terribilmente ma che, allo stesso tempo, sarebbe curioso di conoscere.

Infine, Tolkien non ha dimenticato di inserire anche dei racconti d’amore che rendono ancora più appassionanti le varie peripezie: Aragorn e Dama Arwen, per esempio, che dovranno attendere la sconfitta di Sauron per coronare il loro amore; o ancora Faramir e Éowyn, che si innamorano quasi inconsapevolmente e sono di una tenerezza immensa; oppure Sam e Rosie, di una dolcezza disarmante soprattutto quando lei guarda Sam con ogni sognanti e lui arrossisce continuamente sotto lo sguardo della sua amata.


Da questo romanzo Peter Jackson ha tratto la trilogia di film campione d’incassi in tutto il mondo. Si tratta di una delle trasposizioni di romanzi che io abbia più apprezzato, credo sia davvero ben fatta, assolutamente fedele allo scritto di Tolkien e con dei paesaggi (quelli della Nuova Zelanda) così belli da mozzare il fiato. In alcuni casi, il regista si è preso la libertà di inserire delle scene inesistenti nei libri, ma ha compreso così bene il messaggio e il linguaggio di Tolkien che sembrano comunque essere state scritte da lui stesso.

lunedì 29 gennaio 2018

Recensione #6: L'insostenibile leggerezza dell'essere di Milan Kundera

La recensione di quest’oggi è in realtà pronta da diversi mesi, è stata una delle prime ad essere stata scritta. Per varie ragioni, la sua pubblicazione è stata rimandata, ma ve la propongo adesso. È doverosa una mia introduzione prima di lasciarvi alla lettura: devo semplicemente avvertirvi che le mie parole sono davvero poca cosa di fronte alla complessità e profondità di questo splendido libro. Vi invito, dunque, ad approfondire in autonomia i numerosi aspetti e le varie tematiche che troverete nel corso della lettura del romanzo stesso. Vi lascio alla lettura del mio parere, sperando di suscitare un po’ di interesse verso questo romanzo.


Trama
Siamo negli anni attorno al 1968. La Cecoslovacchia (oggi non più esistente, scissa in Repubblica Ceca e Slovacchia) vive gli anni dell’invasione da parte dell’Unione Sovietica e il periodo della Primavera di Praga. Milan Kundera (Repubblica Ceca, 1929) ci presenta ne L’insostenibile leggerezza dell’essere (1982) le difficili condizioni di vita degli intellettuali cechi di quel periodo e lo fa raccontandoci delle (dis)avventure e disgrazie di quattro personaggi: Tomáš, un chirurgo perseguitato a causa di un articolo su Edipo contro il comunismo russo; Tereza, fotografa e moglie di Tomáš che riuscirà a rinunciare alla sua professione ma non alla gelosia per il marito; Franz, professore universitario insoddisfatto della moglie e della figlia e che insegue i suoi ideali sulla scia del ricordo della donna che realmente ama; Sabina, pittrice e amante di Tomáš ma innamorata in realtà di Franz, anche se non riuscirà ad instaurare con lui una relazione seria.

Recensione
Una delle teorie che ho più amato di questo libro è l’idea che, come dice lo stesso Kundera in una splendida divagazione d’idee verso la fine del romanzo, gli individui possano essere suddivisi in quattro categorie in base al tipo di sguardo sotto il quale si desidera vivere: coloro che vogliono su di loro numerosi sguardi anonimi (un cantante o un’attrice); coloro che vogliono gli sguardi di molti conoscenti (la moglie e la figlia di Franz, che vivono al centro dell’attenzione in feste e ricevimenti); coloro che vogliono solo lo sguardo della persona amata (Tomáš e Tereza, che, nonostante tutto, vivono l’uno per l’altra); coloro che vivono sotto lo sguardo di persone assenti (Franz, che è un sognatore e vive sotto lo sguardo, immaginato ma assente, di Sabina).

L’idea che sta alla base del romanzo è che la vita sia unica, infatti viene spesso ripetuto “Einmal ist Keinmal”, proverbio tedesco che significa che ciò che avviene una sola volta è come se non fosse mai accaduto. Quindi le scelte compiute da ciascun individuo appaiono a Kundera del tutto irrilevanti, da qui la loro leggerezza. Nasce dunque un paradosso tra questa leggerezza della vita e la necessità umana di ritrovarvi necessariamente un senso. Questo paradosso si intreccia con le vicende dei quattro personaggi, intercalate anche da profondi pensieri filosofici e dalle idee dell’autore, che si impongono con forte impatto al lettore.

Ho letto diverse critiche a questo testo, molte delle quali si possono riassumere sostenendo che si tratta in realtà di un saggio mascherato da romanzo: consideriamolo, dunque, un romanzo-saggio, forma tanto cara al suo autore. Non è certo un romanzo da lettura leggera, ma io ho molto apprezzato le divagazioni filosofiche di Kundera e condivido molte delle idee che qui espone. Non l’ho trovato per nulla pesante, credo che Kundera sia stato abilissimo a non far pesare tutte le implicazioni storiche e filosofiche e sia stato capace a far incollare il lettore alle pagine del suo libro. È pur vero che sconsiglierei la lettura di questo libro a chi non abbia un minimo di dimestichezza con la filosofia e i suoi concetti, proprio per i vari autori citati e le loro dottrine (Parmenide, Nietzsche e Cartesio, tra gli altri).

Particolare anche il periodo storico in cui è ambientato il romanzo. Siamo negli anni attorno alla cosiddetta “Primavera di Praga”, quel periodo di liberalizzazione politica mentre la Cecoslovacchia era sottoposta al dominio dell’Unione Sovietica, dopo la seconda guerra mondiale. Viene messa in risalto, in particolare, la condizione degli artisti in quel periodo, soprattutto di coloro che si schieravano proprio a favore della liberalizzazione: nella realtà, lo stesso Kundera ne subirà le conseguenze che lo porteranno a fuggire in Francia; nel romanzo è invece Tomáš a schierarsi contro il comunismo e a perdere perfino il lavoro.

Non mi soffermo ad analizzare la parte saggistica sull'etimologia della parola “compassione” o lo strumento della “immaginazione affettiva” sfruttato dall'autore nel testo, non sono un docente o un’esperta in materia e potrete recuperare queste informazioni facilmente sul web. Vi ho riportato soltanto il mio modesto parere e concludo dicendovi che ho, infine, adorato le idee e i pensieri filosofici di Nietzsche e Descartes che si trovano soprattutto verso la fine del libro riguardanti gli animali, intervalli che si inseriscono nella storia di Karenin (per la quale, devo ammetterlo, ho provato subito un profondo affetto, pari a quello provato da Tereza nei suoi confronti): per lei, d'altronde, ho versato anche qualche lacrima. Curiosi di sapere chi sia Karenin? E curiosi di sapere perché ho pianto per lei? Be’, non vi resta che leggere questo capolavoro di Milan Kundera.

giovedì 7 settembre 2017

Recensione #1: La paura e l'amore tra le macerie


“E vedo il viso di Fred, che sta inesorabilmente invecchiando, consumato da una vita che sarebbe stata e sarebbe inutile senza l’amore ch’egli m’ispira. Il viso di un uomo che troppo presto ha cominciato a sentirsi indifferente verso tutto ciò che gli altri uomini hanno deciso di prendere sul serio. Lo vedo spesso, molto spesso; e ora che non è più con noi, più spesso di prima”.


Tra le prime pagine del romanzo E non disse nemmeno una parola di Heinrich Böll compare questa frase pronunciata da una dei due protagonisti, Käte, e che riassume alcuni degli argomenti affrontati: l’amore, l’indifferenza, la noia, la separazione, insieme ad altri.
Mi ritrovo a parlarvi di un libro letto un po’ di tempo fa, ma che mi ha segnato come pochi altri. La trama è molto semplice, la narrazione riassunta al minimo indispensabile, anche se l’autore la riempie di temi molto profondi.

Fred e Käte sono due coniugi che vivono separati e che si vedono occasionalmente quando Fred organizza degli “incontri clandestini” con la moglie. Il romanzo narra proprio l’organizzazione di uno di questi incontri e la narrazione, che ruota attorno ad un unico episodio e si svolge in non più di due giorni, prosegue alternando il punto di vista di Fred a quello di Käte, capitolo dopo capitolo.
Fred trascorre la sua giornata passando alcune ore ad impartire lezioni private per guadagnare qualcosa in più, fa recapitare il suo stipendio a casa dalla moglie, va alla ricerca di denaro tra i suoi conoscenti e cerca una camera libera in alberghi scadenti ed economici. Käte, invece, si dedica alle pulizie domestiche (di quel monolocale che Fred non riesce più a sopportare), lascia i tre figli con dei ragazzi che si occuperanno di loro per la notte e va a confessarsi prima di incontrare il marito.
Potrebbe sembrare un racconto banale e, in effetti, la vicenda è estremamente semplice e molto poco accattivante in sé. In realtà, attraverso l’alternanza dei punti di vista, attraverso le piccole esperienze giornaliere dei protagonisti, attraverso le semplici azioni che essi compiono, Böll racconta la dura verità degli anni ’50 circa.

E non disse nemmeno una parola testimonia la Germania delle macerie del secondo dopoguerra, presenta la nascente epoca del consumismo, tratta il tema della religione e quello dell’amore, parla dell’estraneità che viene a crearsi tra gli individui. Ciascun punto viene affrontato in maniera tanto delicata quanto di forte impatto emotivo, lasciando una testimonianza molto forte che è difficile ignorare.
Il romanzo, infatti, può essere letto su diversi livelli. Il livello più superficiale vede la suspense come collante che tiene congiunto il lettore all’opera: per quasi tutti i capitoli, infatti, non si aspetta altro che l’incontro tra Fred e Käte e la lenta narrazione dell’intera giornata contribuisce a far aumentare la curiosità e l’attesa. Questo dà l’occasione di delineare degli argomenti di un ulteriore livello: l’amore e le relazioni familiari.
Le relazioni familiari e le interazioni umane in generale procedono con grande difficoltà: Fred e Käte non hanno un vero e proprio rapporto interpersonale ed il colloquio che tengono durante il loro incontro sembra la prima vera conversazione che affrontano dopo tanto tempo; per l’intera giornata nessuno dei due ha delle vere e proprie relazioni con altri (Fred interagisce con delle famiglie per guadagnare qualcosa in più attraverso delle lezioni private e con un conoscente a cui chiede del denaro per vedersi con la moglie; Käte scambia qualche battuta con la sua vicina, la signora Franke, e parla con il prete durante la confessione), l’unica persona che riuscirà ad instaurare un rapporto con i due coniugi in momenti diversi è la ragazza del caffè che, come dice Fred, “riesce a toccare il cuore”.
L’amore sembra essere ancora uno dei pochi legami tra i due coniugi, nonostante Fred abbia abbandonato la famiglia a causa della sua insofferenza verso la povertà e la miseria in cui sono costretti a vivere. Non a caso, diverse volte Fred e Käte si dichiarano ancora il loro amore, in maniera non convenzionale e forse proprio per questo ancora più toccante: “Cercavo qualcuno con cui poter fare colazione per tutta la vita, e la mia scelta cadde su di te. E con te non mi sono mai annoiato”, le dice Fred; “Mi sono già chiesta più d’una volta perché lo amo. Non lo so di preciso, i motivi sono tanti, ma uno lo so bene: perché è bello andare alla fiera con lui”, riflette Käte.
C’è però dell’altro che aveva legato i due coniugi: “A lei mi legava qualcosa che unisce due creature più che il dormire insieme: c’era stato un tempo in cui avevamo pregato insieme”. Questo è un altro argomento affrontato dall’autore cattolico: la religione, la fede capace di tenere uniti gli esseri umani. Böll mostra il personaggio di Fred ormai diventato cinico e indifferente verso la fede e le istituzioni religiose (nonostante lavori al centralino ecclesiastico), ma in realtà è la figura di Käte ad imporsi sotto questo punto di vista, il sentimento religioso sviluppato dalla donna è interiorizzato e privatizzato: “Dio solo parve rimanere con me in quel malessere che mi sommergeva il cuore, mi riempiva le vene, circolava dentro di me come il mio stesso sangue”. Non a caso il personaggio di Käte simboleggia un eroismo quotidiano e silenzioso, è una donna che affronta con forza la fatica e la disperazione: a lei, probabilmente, fa riferimento il titolo del romanzo, ad una donna che sopporta la miseria e la sofferenza “senza dire nemmeno una parola”, come dice la canzone che ascolta per caso, sostenuta dalla sua incrollabile fede.
Il romanzo affronta anche i temi della povertà (toccante la presa di coscienza di Fred quando vede i suoi figli durante la processione), della morte (Fred confessa alla moglie che vi pensa continuamente da quando è stato in guerra), della malattia e della noia (causate dalla guerra e che non è una condizione solo di Fred, come si potrebbe pensare: rivede per caso un compagno di trincea che adesso è un cameriere e nel quale riconosce “un affilato volto sofferente, che avevo veduto a tremila chilometri di distanza e che ora mi portava indifferente un piatto di gulasch”), e del consumismo (il raduno dei droghieri, nominato diverse volte, e le scritte pubblicitarie intermittenti che catturano continuamente gli sguardi dei protagonisti).

La lettura di questo romanzo è stata una piacevole rivelazione; me ne sono innamorata subito e penso sia uno di quelli che, pur essendo poco conosciuti, meritano comunque davvero tanto di essere letti: oltre ad essere una piacevole lettura e ad avere una trama carina, affronta anche dei temi molto importanti senza urtare il lettore ma, contemporaneamente, toccandolo nel profondo.