venerdì 23 febbraio 2018

Segnalazione #4: Book Lovers. Le vie dei sogni sono infinite di Giulia Rizzi

La segnalazione di oggi riguarda il romanzo dal titolo Book Lovers. Le vie dei sogni sono infinite di Giulia Rizzi. Trovate tutte le info a seguire.


INFO
Titolo: Book Lovers. Le vie dei sogni sono infinite.
Autore: Giulia Rizzi
Genere: Romanzo rosa
Pagine: 232
Prezzo: 0,99 cent o gratis con kindle unlimited (formato cartaceo disponibile a breve)

TRAMA
La vita di Celeste, libraia veronese un po' più che trentenne, sembra essere finalmente a una svolta. Dopo essersi lasciata alle spalle un'esistenza monotona e un fidanzato fedifrago non deve fare altro che rimboccare le maniche e darsi da fare. Nei suoi piani c'è posto per cambiamenti radicali, nuovi progetti, avventure, la ricerca della vera se stessa...
Sì, ma come?
Trascinata suo malgrado nei rocamboleschi preparativi per le nozze del fratello Alessandro, costretta ad avere a che fare con Matteo, il suo insopportabile testimone, si ritrova a un passo dal diventare la damigella del disonore. Celeste preferirebbe di gran lunga rimanere al sicuro, all'interno della fidata libreria nella quale vive in attesa di una sistemazione definitiva, trascorrendo le giornate a annusare libri e consigliare i romanzi perfetti ai suoi affezionati clienti. Il destino, però, ha qualcosa di diverso in serbo per lei, come l'incontro con un bel ragazzo biondo, un po' troppo giovane...
Chi avrebbe mai immaginato che le vie dei sogni fossero tanto complicate?
Il romanzo è autoconclusivo.

BIOGRAFIA
Giulia Rizzi, classe 1984, vive in un bel paesino in provincia di Verona. Lettrice compulsiva, aspirante scrittrice e gattofila per vocazione, non esce mai di casa senza avere carta e penna nella borsa. Ha esordito nel 2014 con un romanzo fantasy per poi cedere al romanticismo delle favole moderne. Nel 2016 ha pubblicato con Rizzoli You Feel, mood ironico, Un amore firmato Louboutin.

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domenica 18 febbraio 2018

Recensione #9: Il cuore lo faccio nero di Nora Dawning

Il cuore lo faccio nero è il libro di Nora Dawning pubblicato di recente.


Nora è una ricercatrice, ha studiato tanto e si impegna molto nel suo lavoro. Il suo scritto non è un romanzo; il suo libro parla di lei, ma non è nemmeno un’autobiografia. Nora ha un blog in cui scrive i suoi pensieri, le sue emozioni e le sue sensazioni. Sono pensieri di un’anima tormentata e sofferente, perché affetta dal disturbo Borderline di personalità e da bipolarismo. Attraverso l’esternazione dei suoi pensieri, Nora ci accompagna tra gli alti e i bassi del suo percorso, nel quale si percepisce sempre presente la speranza. Questo è ciò che si può leggere nella descrizione del libro:
“È testimonianza di ciò che non appare sulla superficie, ma che in molti, come me, nascondono in fondo allo stomaco. Coperto dalla maschera sociale, stirata in un sorriso.
È testimonianza che sì. Quel dolore può essere sconfitto. 
Mai dimenticato.
Grazie a questi testi il dolore è mutato. Affievolito.
Continuo a lottare, contro me stessa e contro la bestia delle emozioni feroci.
Continuo a lottare e, adesso, 
la luce la vedo.”

Se avete letto Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (o libri affini) e/o avete visto la popolarissima serie tv Tredici, cominciate a predisporre il vostro animo a delle sensazioni sconvolgenti (con le dovute differenze da ciò che ho appena citato). Per esempio, se la storia di Hannah Baker vi ha scosso e ha toccato le corde più profonde della vostra anima, quella di Nora lo farà ancora di più, per la semplice ragione che è la storia reale di una persona reale.
Nora non ci introduce nel suo intimo attraverso narrazioni e descrizioni. Lei scrive apertamente ciò che pensa e sente: ci troviamo, dunque, catapultati nella sua mente e sentiamo tutto quello che lei prova con la sua stessa intensità. Nora non usa mezzi termini per esprimersi, utilizza un linguaggio nudo e crudo e non nasconde nulla né a sé stessa né a chi la sta leggendo. È una sorta di diario intimo e chi legge entra a far parte di questa sua intimità. Leggiamo tante parole crude e vere, piene di dolore e sofferenza, tra le quali, però, riusciamo anche a scorgere la speranza e la voglia di non lasciarsi totalmente andare. Il peso di queste parole costringe a seguire lentamente la lettura, per metabolizzare il dolore che viene espresso.
È un continuo susseguirsi di frasi brevissime, a volte formate semplicemente da un solo verbo. Da una parte, questo rende il ritmo di lettura più incalzante e fa sì che si potrebbe finire il libro nel giro di poche ore. Dall'altra, però, l’incisività di queste frasi trasmette in maniera schietta e diretta il malessere invisibile – così come titola il blog stesso di Nora che vi invito a visitare – che stringe il petto di chi soffre. Le parole di Nora, infatti, non esprimono soltanto la sofferenza di una ragazza affetta da bipolarismo e Borderline, ma anche il dolore che può manifestarsi nella vita di ciascuno di noi.
Le parole di questo libro non sono un invito a meditare: esse toccano il cuore e colpiscono forte allo stomaco, costringendo il lettore a riflettere, a rendersi conto di quanto sia facile deridere e sottovalutare il dolore altrui se non se ne conosce la natura o il vero significato.
Così come la scrittura è servita a Nora per liberarsi dal dolore ed uscire dalla totale oscurità, la lettura dei suoi pensieri e delle sue sensazioni serve da una parte a farci rendere conto che esistono dei problemi che spesso vengono celati in superficie e a cui non dobbiamo voltare la faccia, dall’altra a dare forza e speranza anche ad altre persone che si sentono sopraffatte dal dolore e dalla sofferenza per i motivi più disparati che possano esistere.

Ringrazio Nora per avermi dato la possibilità di leggere il suo libro, invito tutti voi a leggerlo e chiudo l’articolo riportandovi la dedica del libro:

“Questo libro è dedicato a tutti voi. Tutti voi che soffrite in silenzio, a volte senza un perché.”

venerdì 9 febbraio 2018

Recensione #8: Via dalla pazza folla di Thomas Hardy

Via dalla pazza folla è il primo romanzo che possa essere definito completo realizzato dallo scrittore inglese Thomas Hardy nel 1874.


Trama
Il romanzo si apre con il fittavolo Gabriele Oak che vede passare per caso sulla strada una carrozza con una giovane donna carina ma anche molto vanitosa. Nel giro di poco tempo, Oak approfondisce la conoscenza della giovane, si innamora di lei e la chiede in sposa. Batsceba, questo il nome della ragazza, decide però di rifiutare la sua proposta. Ad Oak non resta altro da fare che continuare la sua vita come prima, ma il destino è con lui avverso e perderà tutto il suo gregge in un incidente. Sarà costretto a prestare lavoro come pastore per poter vivere e scoprirà con sorpresa che la sua padrona altra non sarà che Batsceba Everdene. La ragazza, infatti, ha intanto ereditato un podere e una dimora dallo zio e diventa dunque una fittavola e una buona padrona per i suoi dipendenti. La bella fanciulla si ritrova adesso ad essere corteggiata da tre uomini: Gabriele Oak, che si mette un po’ da parte e si accontenta di essere suo amico; il fittavolo Boldwood, che si innamora dopo che Batsceba gli manda un biglietto per San Valentino che doveva essere solo uno scherzo; il sergente Troy, amante delle donne e con dei segreti nascosti che pochi altri conoscono. Chi dei tre pretendenti avrà la meglio? La Provvidenza sorriderà ai protagonisti di questa storia o il Fato sarà avverso?

Recensione
Conoscevo già Tess dei D’Urberville di Thomas Hardy, il suo capolavoro. Molti degli elementi che fanno di Tess il suo più grande romanzo li ritroviamo anche qui, in uno dei primi della sua carriera di scrittore.

Uno degli elementi più belli dello stile di Hardy è il suo modo di descrivere la natura che ricorda i dipinti di Constable o le poesie di Wordsworth. Non si può fare a meno di figurarsi un dipinto che prende forma attraverso le parole dello scrittore, che sia un campo in cui lavorano i contadini o una notte tempestosa durante la quale Oak mette in salvo il raccolto della padrona (si citeranno perfino le pecore o le rane e le lumache che avvertono il presagio del temporale, semplicemente poetico).
Lo stile dello scrittore è, inoltre, molto particolare e all'avanguardia, rispetto al periodo in cui opera. In alcuni passaggi si rivolge direttamente al lettore, facendolo sentire parte della narrazione, come se fosse uno spettatore diretto degli eventi, anche se non può essere visto dai personaggi. Inoltre, il suo modo di scrivere fa sembrare il suo romanzo quasi un copione cinematografico, in alcuni casi: si trovano dettagli posti tra parentesi che guidano il lettore a comprendere meglio la scena o anche i dialoghi a volte sembrano quasi un insieme di battute per degli attori.

Nei romanzi di Hardy, è il Fato o il Caso che regola il destino degli uomini, solitamente in modo negativo: Gabriele Oak, per esempio, è colpito da un infausto destino quando perderà il suo gregge e con esso il suo stato economico e perciò costretto ad offrire il suo lavoro altrove per poter continuare a vivere. Questa prima sventura è presagio di molte altre a seguire, soprattutto per gli altri personaggi, ma la presenza di Oak ci rassicura, facendoci sperare che tutto possa andare per il meglio. Capiamo subito il peso che la Provvidenza ha nella narrazione e nessuno riesce a sfuggire alla fatalità degli eventi: da Gabriele, il primo a subire la negatività del Fato, a Batsceba, attraverso le scelte sbagliate che fa; da Troy, che per vanità abbandona la donna amata, a Boldwood, guidato dalla sua pazzia d'amore. Raramente gli eventi hanno poi un esito positivo, ma vi assicuro che in qualche caso questo avviene e, certamente, questo romanzo è più lieto rispetto a Tess (e con tutti gli eventi negativi che vi si ritrovano è quanto dire!).

I personaggi sono descritti in modo davvero sublime e vale la pena soffermarsi quantomeno sulla protagonista. Dai suoi modi di fare, dal suo comportamento e dalle sue parole, capiamo che Batsceba Everdene è una donna forte e indipendente, ma anche piuttosto “instabile”. Permettetemi l’uso di questo termine, perché sarebbe errato pensare che la ragazza pecchi di civetteria. È vanitosa, sicuramente, ma è facile comprendere che alcuni suoi comportamenti – come lo scherzo piuttosto infantile che fa a Boldwood inviandogli un biglietto per San Valentino – non sono dettati dalla sua “civetteria” ma dal suo essere ingenua e incauta. La sua leggerezza si evince chiaramente quando spezza il cuore del suo spasimante Boldwood (e non si limiterà a farlo una sola volta) e lo apostrofa dicendogli di prenderla con buonumore (dovreste proprio immaginare il povero Boldwood, pazzo d’amore per lei, che si sente dire queste parole!). Batsceba è sicuramente una donna piuttosto moderna per il periodo, oltre che mostrarsi forte e indipendente dal punto di vista degli affari, dal punto di vista sentimentale rifiuta perfino dei matrimoni vantaggiosi (prima con Oak e poi con Boldwood) così come fece anche la Elizabeth Bennet di Jane Austen, con la differenza che la seconda rifiuta per mancanza d’affetto nei confronti dei pretendenti mentre la prima soltanto per leggerezza e autocompiacimento (infatti non si farà problemi ad illudere e tenere sulle spine Boldwood pur non volendolo sposare).

L’atmosfera del romanzo è quasi sempre cupa e triste, ma non dal punto di vista della natura (spesso si descrivono splendide albe o tramonti, giornate di sole e serate allegre). Si tratta più che altro di una sorta di oscurità che sembra aleggiare al di sopra dei personaggi e che ci rammenta che la sventura è sempre in agguato. Nonostante quest’atmosfera, però, non mancano i momenti divertenti o le battute di spirito. Ricordo con un sorriso uno dei primi momenti durante i quali Batsceba si occupa della paga per i suoi dipendenti. Uno di essi è balbuziente e la donna non gli fa terminare la sua infinita frase dicendogli: «potete finire di ringraziarmi fra un giorno o due».

Sono pochi i difetti che vi si possono riscontrare. Uno di questi è l’enorme quantità di riferimenti biblici, che io non sarei riuscita a cogliere se non vi fossero state le note esplicative. I personaggi stessi hanno nomi biblici, d'altronde (Batsceba legato a Betsabea e Gabriele, tra gli altri). Vi sono anche tanti riferimenti letterari (da Shakespeare a Keats o a Scott), ma questi sono piuttosto piacevoli. L’altro elemento negativo è in realtà legato all'edizione Garzanti che posseggo e riguarda la traduzione in italiano dei nomi (così come ve li ho riportati in questa recensione). Mi infastidiva parecchio che il sergente Frank Troy diventasse nel mio testo Franco Troy o che Gabriel Oak fosse qui Gabriele.

Nonostante ciò, sono riuscita comunque ad apprezzare questo capolavoro della letteratura inglese e vi consiglio caldamente di recuperarlo, qualora non lo conosciate già.

domenica 4 febbraio 2018

Recensione #7: Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien

Il signore degli anelli di John Ronald Reuel Tolkien è una trilogia che racconta le avventure di Frodo e dei suoi compagni.


Trame
Nel primo libro, La Compagnia dell’anello, facciamo la conoscenza di Frodo, uno Hobbit che vive nella Contea ed eredita un anello dal cugino Bilbo Baggins. Scopre, grazie allo stregone Gandalf, che è il più potente degli anelli del potere, forgiato direttamente da Sauron, Signore Oscuro. Su consiglio di Gandalf e accompagnato dal suo fedele amico e giardiniere Sam e da altri due Hobbit, Pipino e Merry, Frodo parte per Gran Burrone dove vivono gli Elfi. Lungo il viaggio devono affrontare diversi ostacoli, tra i più pericolosi si ricordano i Cavalieri Neri servi di Sauron, e incontrano anche un nuovo amico che si presenta a loro con il nome di Grampasso. I cinque giungono infine a Gran Burrone, dove Elrond, Signore degli Elfi, ha radunato un Consiglio insieme ai rappresentanti di Elfi, Nani e Uomini. Il Consiglio decide che per poter sconfiggere definitivamente Sauron bisogna distruggere l’anello e ciò potrà essere fatto solo gettandolo nel Monte Fato, lì dove venne forgiato. Qui si compone la Compagnia di nove individui che si faranno carico di questo arduo compito: Frodo, il Portatore dell’Anello; Merry e Pipino, i due Hobbit amici di Frodo; Sam, fedele servitore del padrone che non gli permetterà di partire senza di lui; Grampasso, che rivela di chiamarsi in realtà Aragorn ed essere l’ultimo erede dei re di Númenor; Legolas, un Elfo originario del Bosco Atro; Gimli, un Nano proveniente dalle Montagne; lo stregone Gandalf; Boromir, il figlio del Sovrintendente di Gondor.
Il secondo libro, Le due torri, si apre con lo scioglimento della Compagnia. Due dei nove compagni vengono perduti (Gandalf e Boromir), altri due vengono rapiti dagli Orchi (Merry e Pipino). Frodo e Sam decidono, quindi, di proseguire da soli, mentre Aragorn, Legolas e Gimli si occupano di cercare i due Hobbit rapiti. I due riescono, però, a fuggire e fanno la conoscenza di un Ent dal nome Barbalbero: egli decide di muovere guerra allo stregone Saruman, al servizio di Sauron, e distruggono la sua Isengard. Intanto, Aragorn, Legolas e Gimli incontrano un redivivo Gandalf e con lui si recano a Rohan per salvare prima il Re Théoden e poi il suo popolo da un attacco del nemico. Nel frattempo, Frodo e Sam continuano il loro viaggio non privo di pericoli. Si unisce a loro la strana creatura chiamata Gollum: egli era in realtà uno Hobbit dal nome Sméagol che è stato fortemente corroso dal potere malvagio dell’anello. Gollum farà loro da guida per aiutarli ad arrivare ai cancelli di Mordor, fin quando però non li tradirà facendoli cadere in un pericoloso tranello.
Il terzo libro, Il ritorno del re, ci porta alla conclusione di questa travagliata avventura. Il gruppo ormai ricomposto con Gandalf, Merry, Pipino, Aragorn, Legolas e Gimli, si reca a Minas Tirith per avvisare e aiutare il Sovrintendente Denethor di un attacco imminente. Aragorn riesce a trovare l’aiuto di un esercito di morti e anche Rohan decide di andare in soccorso di Gondor. Éowyn, la nipote di Théoden, compie insieme a Merry un gesto valoroso uccidendo il capo dei Cavalieri Neri. Sam, intanto, aiuta Frodo a liberarsi degli Orchi e i due riprendono il loro viaggio compiendo gli ultimi sforzi per cercare di concludere finalmente la loro missione, anche se continueranno ad essere ostacolati ancora dal perfido Gollum.

Recensione
È praticamente impossibile non dare il voto massimo all’intera trilogia. Le vicende raccontate sono appassionanti fin nei minimi dettagli e la narrazione non risulta mai pesante o noiosa. La scrittura di Tolkien non è del tutto scorrevole, lo ammetto, ma basta semplicemente farci l’abitudine e le pagine si sfogliano da sole, una dopo l’altra. Tolkien ha curato tutto in ogni particolare e non c’è nulla che stoni o che si trovi fuori posto.

 Ogni personaggio è ben delineato, sia che si tratti di un personaggio principale che di uno minore. I libri sono davvero pienissimi di personaggi, ma grazie alle attenzioni e alle descrizioni di Tolkien, non andiamo mai in confusione: se nel primo libro incontriamo Tom Bombadil nella Vecchia Foresta o Dama Galadriel a Lórien o ancora Cactaceo a Brea, potete star certi che ce ne ricorderemo fino alla fine dell’avventura, quando li rivedremo dopo centinaia di pagine.
Ciascun personaggio è poi ben caratterizzato. Prendiamo i personaggi di Aragorn e Gollum ad esempio. Il primo ci viene inizialmente presentato solo come un Ramingo (una sorta di vagabondo, un discendente degli antichi Re ormai in esilio) e lo conosciamo solo con il nome di Grampasso, ma riusciamo subito a capire che non si tratta di un personaggio negativo, nonostante gli ovvi timori dei piccoli Hobbit. Scopriremo poi che si tratta di Aragorn, discendente della stirpe dei Re, e che è uno dei personaggi a mio parere più belli non solo della saga ma dell’intero universo letterario. È un uomo forte e coraggioso e non si tira mai indietro di fronte ai suoi doveri, per quanto pericolosi possano essere (nella trasposizione cinematografica è un po’ più titubante, ma dai romanzi appare sempre come un uomo piuttosto risoluto e sicuro di sé).
Gollum è invece il personaggio più ambiguo di tutti, sempre in bilico tra il bene e il male. Spesso, parlando di sé, utilizza la prima persona plurale proprio a causa di questa dualità del suo essere. Persino Frodo si rivolgerà a lui chiamandolo Sméagol per indirizzarsi alla sua parte buona, mentre Sam tenderà a chiamarlo quasi sempre Gollum considerandolo infido e malvagio. In realtà, però, leggendo le varie pagine, capiamo quanto sia pesante il fardello di Frodo come Portatore dell’Anello. Riuscendo a comprendere ciò, iniziamo anche a vedere con occhio diverso Gollum/Sméagol: il suo essere malvagio non è del tutto innato, la pericolosità dell’Anello lo ha reso il mostro che è diventato e una parte di sé non riesce a cedere totalmente alla cattiveria e arriva sicuramente anche a provare dell’affetto nei confronti di Frodo. L’ossessione dell’Anello, però, che è riuscito a tenerlo in vita per centinaia di anni, non lo lascerà mai e per questo motivo oscillerà sempre tra il bene e il male, propendendo però un po’ di più per quest’ultimo. Più di una volta Gollum rischia di venire ucciso, per esempio da Bilbo o da Sam, ma la sua condizione riesce sempre a toccare il loro cuore e, comprendendo l’atroce sofferenza che l’essere prova a causa dell’Anello, lo lasceranno in vita.

Uno degli elementi che più mi piace di questa trilogia è il valore dell’amicizia che ne fuoriesce. Si crea un saldo legame amichevole già all'interno della Compagnia stessa, ma i suoi membri non riusciranno mai a fidarsi totalmente gli uni degli altri. Il vero legame e il vero sentimento di amicizia si forma, invece, tra due coppie di personaggi: tra i due Hobbit Frodo e Sam e tra il Nano Gimli e l’Elfo Legolas.
I primi sono amici già dalle prime pagine del libro, Sam è il giardiniere di Frodo e prova un grande affetto nei confronti del suo Padrone, tanto che non esiterà a seguirlo nonostante tutti i pericoli che dovranno affrontare. Ma l’affetto di Sam nei confronti di Frodo verrà dimostrato in moltissime altre occasioni: quando la Compagnia si scioglie e Frodo vorrebbe partire da solo, ma Sam lo segue (in questo caso è molto bella la scena del film in cui Sam rischia addirittura di affogare nel fiume pur di seguire il Padrone); quando vengono traditi da Gollum e Frodo si trova in pericolo di vita (il piccolo Hobbit si metterà ad affrontare perfino gli Orchi); quando, a pochi passi dalla meta, Frodo è ormai sfinito e non riesce più a reggersi in piedi e Sam lo porta finanche in braccio pur di aiutarlo. Insomma, io dico sempre che Sam è il migliore amico che si possa mai avere.
Anche la strana coppia formata da Legolas e Gimli non è da meno. Quando i due si conoscono, non scorre buon sangue tra la razza degli Elfi e quella dei Nani, quindi sembra perfino difficile che i due possano andare d’accordo. Inaspettatamente, però, si affezionano l’un l’altro, si proteggeranno a vicenda e si riprometteranno di rimanere amici anche dopo la fine dei giorni oscuri di Sauron. È davvero significativa la promessa che Legolas fa al suo piccolo amico quando gli dice che lo accompagnerà a visitare la Foresta di Fangorn, luogo che il Nano Gimli teme terribilmente ma che, allo stesso tempo, sarebbe curioso di conoscere.

Infine, Tolkien non ha dimenticato di inserire anche dei racconti d’amore che rendono ancora più appassionanti le varie peripezie: Aragorn e Dama Arwen, per esempio, che dovranno attendere la sconfitta di Sauron per coronare il loro amore; o ancora Faramir e Éowyn, che si innamorano quasi inconsapevolmente e sono di una tenerezza immensa; oppure Sam e Rosie, di una dolcezza disarmante soprattutto quando lei guarda Sam con ogni sognanti e lui arrossisce continuamente sotto lo sguardo della sua amata.


Da questo romanzo Peter Jackson ha tratto la trilogia di film campione d’incassi in tutto il mondo. Si tratta di una delle trasposizioni di romanzi che io abbia più apprezzato, credo sia davvero ben fatta, assolutamente fedele allo scritto di Tolkien e con dei paesaggi (quelli della Nuova Zelanda) così belli da mozzare il fiato. In alcuni casi, il regista si è preso la libertà di inserire delle scene inesistenti nei libri, ma ha compreso così bene il messaggio e il linguaggio di Tolkien che sembrano comunque essere state scritte da lui stesso.